"io sono qui per continuare ad imparare"

Una frase, un ringraziamento, un pensiero, una poesia, una nota citazione, una preghiera, una testimonianza che trattano i temi fondamentali della vita (che chiamerò "riflessioni") possono, qualche volta, tracciare un solco positivo nel cuore e in alcuni casi diventare motivo di stimolo, speranza, conforto, sostegno. Se alle mie "riflessioni" aggiungerete le vostre, condivideremo anche con altri qualche prezioso suggerimento, come meditazione sulla realtà del vivere quotidiano.


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giovedì 31 marzo 2011

Semplice riflessione: Gioia- Felicità




 
L'umanità ha finito per convincersi di dover scegliere tra Dio e la felicità.
Abbiamo fatto inconsapevolmente di Dio il rivale, a nemico della gioia dell'uomo.
La gioia è come l'acqua corrente: bisogna darne per riceverne. «Fateci vedere la vostra gioia! », dicevano agli ebrei, in tono di sfida, coloro che li avevano deportati (Isaia 66,5).
Anche ai cristiani, i non credenti rivolgono tacitamente la stessa sfida: «Fateci vedere la vostra gioia! ».
Come testimoniare la gioia? San Paolo, dopo aver esortato i cristiani a «rallegrasi sempre», aggiunge subito: «La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini».
La parola «affabilità» indica qui tutto un complesso di atteggiamenti fatto di indulgenza, di bontà d'animo, di capacità di saper cedere.
I credenti testimoniano la gioia quando evitano ogni acredine e puntiglio personale, quando sanno irradiare fiducia.
Chi è felice non è amaro e pignolo, non sente il bisogno di stare a puntualizzare su tutto e sempre, sa relativizzare le cose, perché conosce qualcosa che è troppo più grande.
A tutti noi è diretta l'esortazione che un profeta rivolse al popolo ebraico in un momento di grande afflizione: «Non piangete, non fate lutto: la gioia del Signore è la nostra forza» (Neemia 8).
La ricerca della felicità («the pursuit of happiness») è inserita nella costituzione americana come uno dei diritti fondamentali dell'uomo.
Ma allora, perché così pochi sono veramente felici e anche quelli che lo sono lo sono per così poco tempo? lo credo che la ragione principale è che, nella scalata alla felicità, sbagliamo versante, scegliamo un versante che non porta alla vetta.
Bernanos scriveva: «E’ con satana che la tristezza e l'inquietudine disperata entrano nel mondo».
Non facciamo, della felicità, un idolo.
Di questo tipo è la gioia cantata da Beethoven, nel finale della Nona Sinfonia, proposto come inno ufficiale dell'Europa unita!
La gioia vi è definita «scintilla degli dèi, figlia dell'Elisio».
Una gioia che non basta per tutti e che perciò è riservata - si dice in quell'inno - solo «a chi ha avuto in sorte una buona moglie o beve in compagnia degli amici».
«Gioia, gioia!» (Freude, Freude!) è un grido di desiderio che resta senza risposta.
Beethoven stesso che lo compose fu uno degli uomini più infelici mai esistiti.
Questo spiega perché chi cerca Dio trova sempre la gioia, mentre chi cerca la gioia non sempre trova Dio.
Per questo un salmo ci esorta: «Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri dei tuo cuore» (Salmo 37,4).
La Bibbia descrive la vita eterna con le immagini della festa, del banchetto nuziale, del canto e della danza. Entrare in essa è fare l'ingresso definitivo nella gioia: «Entra nel gaudio del tuo Signore! » (Mt 25,21).
E’ ora di cominciare a proclamare con più coraggio «lieto messaggio» che Dio è felicità, che la felicità - non la sofferenza, la privazione, la croce - avrà l'ultima parola.
Che la sofferenza serve solo a rimuovere l'ostacolo alla gioia, a dilatare l'anima, perché un giorno possa accoglierne la misura più grande possibile

E se ogni uomo, tutti i giorni, gettasse un fiore sul cammino del prossimo, le strade della terra sarebbero piene di gioia! «L'amore è la delicatezza di non essere pesanti» (Papa Luciani).
(appunti da diversi esegeti)

mercoledì 30 marzo 2011

Sorridiamo con la poesia dell'"uccelletto" di Trilussa

L'uccelletto

Era d'Agosto e il povero uccelletto
Ferito dallo sparo di un moschetto
Andò per riparare l'ala offesa,
a finire all'interno di una chiesa.

Dalla tendina del confessionale
Il parroco intravvide l'animale
Mentre i fedeli stavano a sedere
Recitando sommessi le preghiere.

Una donna che vide l'uccelletto
Lo prese e se lo mise dentro il petto.
Ad un tratto si sentì un pigolio
Pio pio, pio pio, pio pio.

Qualcuno rise a sto cantar d'uccelli
E il parroco, seccato urlò: "Fratelli!
Chi ha l'uccello mi faccia il favore
Di lasciare la casa del Signore!"

I maschi un po' sorpresi a tal parole
Lenti e perplessi alzarono le suole,
ma il parroco lasciò il confessionale
e: "Fermi - disse - mi sono espresso male!

Tornate indietro e statemi a sentire,
solo chi ha preso l'uccello deve uscire!"
a testa bassa e la corona in mano,
le donne tutte usciron pian piano.

Ma mentre andavan fuori gridò il prete:
"Ma dove andate, stolte che voi siete!
Restate qui, che ognuno ascolti e sieda,
io mi rivolgo a chi l'ha preso in chiesa!"

Ubbidienti in quello stesso istante
le monache si alzarono tutte quante
e con il volto invaso dal rossore
lasciarono la casa del Signore.

"Per tutti i santi - gridò il prete -
sorelle rientrate e state quiete.
Convien finire, fratelli peccatori,
l'equivoco e la serie degli errori:
esca solo chi è così villano
da stare in chiesa con l'uccello in mano.

Ben celata in un angolo appartato
Una ragazza col suo fidanzato,
in una cappelletta laterale,
ci mancò poco si sentisse male

e con il volto di un pallore smorto
disse: "Che ti dicevo? Se n'è accorto!"

martedì 29 marzo 2011

Riflessione della Quarta Domenica di Quaresima ambrosiana A (del cieco nato) Gv 9,1-41


Il racconto evangelico è affollato di personaggi. E questi personaggi rappresentano diversi atteggiamenti esistenziali e morali: si potrebbe anche dire: diverse categorie dello spirito.
Ci sono i genitori del cieco. Che cosa rappresentano?
Per il modo con cui si comportano rappresentano la paura, una paura che arriva a tradire anche i legami del sangue.
Ci sono i discepoli. Che cosa rappresentano?
I discepoli, con la loro domanda, sono invece immagine di tutti coloro che si pongono davanti ai problemi umani non con il coinvolgimento della pietà, ma con un interesse solo intellettuale, disposti cioè a dissertare e a teorizzare, non altrettanto a soccorrere.
Ci sono i farisei. Che cosa rappresentano?
Rappresentano l'ufficialità, la tradizione, la legge. Rappresentano tutti quelli per i quali prima viene la legge, poi l'uomo; prima la propria visione religiosa, poi la verità.
Ma fissiamo ora l'attenzione sul cieco.
E’ un cieco dalla nascita, costretto per sopravvivere a mendicare.
Non conosceva la bellezza della luce, la poesia dei colori, il gioco delle forme, il sorriso dei volti, ma della vita conosceva tante verità che chi vede può ignorare.
Sapeva che chi soffre, spesso è anche emarginato e che chi è emarginato sente pesare su di sé anche un rifiuto di ordine morale, un giudizio di condanna.
E’ la solitudine più radicale: non solo fisica, ma anche morale.
Il cieco rappresenta tutti gli appestati di questo mondo che non trovano comprensione nelle istituzioni e neppure, molto spesso, nelle loro famiglie.
Un sacerdote molto provato dalla malattia andava ripetendo: «Sapevo che Dio è mistero, ma non sapevo che è un mistero così grande ».
«Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12) ha detto Gesù. Non è un'affermazione astratta. E’una parola che si incarna e prende evidenza in gesti precisi, che sono una celebrazione della luce.
Il primo gesto è quello di vedere il cieco: «Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita ».
Gesù vede quello che gli altri non vedono o, se vedono, è come se non vedessero.
Il vedere di Gesù è un vedere responsabile, un vedere con gli occhi ma più ancora con il cuore. E quando i discepoli chiedono spiegazione, non risponde alla loro domanda.
I discepoli pongono un perché e Gesù, questo perché, lo converte in un affinché: affinché «si manifestassero in lui le opere di Dio ».
A che serve cercare le cause, fermarsi al passato, domandarsi chi ha peccato? Ciò che conta è invece domandarsi: «Che cosa posso fare per quest'uomo?». Ciò che conta è agire. E Gesù agisce: «Fece del fango.». E’ qualcosa che richiama il fango della creazione. Qui avviene un fatto creativo, il fiat lux della creazione.
E dopo il miracolo Gesù offre al cieco una salvezza più grande quando, incontrandolo una seconda volta, gli fa capire che in quel miracolo e in chi l'aveva compiuto c'era la manifestazione della presenza misericordiosa di Dio.
E’ attraverso questi gesti che Gesù si rivela come luce. E’ luce perché è la presenza di Dio che si mette dalla parte dell'uomo desolato. E’ luce perché pone il valore dell'uomo al di sopra della legge stessa. E’ luce perché è amore.
Gesù è luce capace di illuminare anche quel mistero ultimo della vita umana che è la morte. E, questa luce, Gesù la offre a tutti, al cieco, ai suoi genitori, ai discepoli, anche ai farisei.
Ma qui si crea una profonda contrapposizione tra quelli che accolgono la luce e quelli che la rifiutano.
Se la luce è amore, la possono accogliere solo quelli che sono disponibili ad amare.
Perché i farisei non sono entrati nel fascio di questa luce?
Perché mancavano di amore. Chi non vede il fratello che soffre, non può neppure vedere Dio che si fa trovare presso chi soffre, non può entrare nella sua luce.
Ateo vero, per Giovanni, è colui che non sa amare.
Che non succeda anche a noi, che ci diciamo credenti, di essere in realtà atei, perché privi di amore e quindi della luce di Dio.
Per non correre questo pericolo bisogna smantellare le nostre posizioni di orgoglio, l'alto concetto che spesso abbiamo di noi stessi, quel senso di superiorità che ci tiene separati dagli altri, mentre è importante avere occhi per chi si trova ai margini delle strade degli uomini, ai margini della vita: è lì che ci sarà dato di vedere le «opere di Dio».
(Pozzoli)

VANGELO SEC. GIOVANNI 9,1-41

In quel tempo. Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe» - che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». Alcuni dicevano: «E’ lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va' a Sìloe e làvati!". lo sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov'è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «E’ un profeta!».
Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «E’ questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell'uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!».
Bibbia CEI 2008

Preghiera per la quarta domenica di Quaresima ambrosiana A (del cieco nato) Gv 9,1-41


Signore Gesù,
siamo tutti terribilmente ciechi.
Passiamo accanto ai miracoli della creazione
senza una nota di gioioso turbamento.
Fissiamo gli occhi sul volto di tante persone
e non sappiamo intuirne le lacrime nascoste.
Non conosciamo neppure
il nostro mondo interiore,
incapaci, come siamo,
di gettare uno sguardo coraggioso
nella profondità della nostra anima
e del nostro destino.
Siamo ciechi soprattutto
quando crediamo di sapere
mentre l'orgoglio ci impedisce
di aprirci alla vera sapienza
che si nutre della luce del cuore
e del pane della pietà.
Signore,
vieni ad accarezzare i nostri occhi,
come hai fatto con il cieco del Vangelo,
vieni a far fiorire il miracolo della luce
soprattutto dentro le pesantezze
del nostro cuore.
Vorremmo una luce che accarezzasse
non solo i nostri volti e i nostri sguardi,
ma anche i tormenti, i dubbi, le domande:
tutto il cammino della nostra faticosa ricerca.
Signore, luce del mondo, luce di ogni uomo,
vieni ad aprire i nostri occhi
perché possiamo percepire
i segni discreti della tua luminosa presenza
fino al giorno in cui il mistero della luce
si rivelerà come mistero di purissimo amore
e sarà una festa di volti divinamente rischiarati
dalla bellezza trasfigurante del tuo volto.
Amen.
(Pozzoli)

lunedì 28 marzo 2011

Lancette avanti: è tornata l'ora legale



Da ieri 27 Marzo 2011 è scattata l’ora legale e tutti abbiamo spostato in avanti di 1 ora le lancette dei nostri orologi.
L’ora Legale ci farà compagnia per 7 Mesi fino alla fine di Ottobre e ci farò risparmiare un bel po' di Soldi in termini di Energia, infatti Terna ha calcolato che il risparmio energetico dovuto all’ora legale è di circa 90 milioni di euro.
Inoltre questo risparmio energetico si traduce anche in un minor inquinamento, infatti  immetteremo circa 300 mila tonnellate di CO2 in meno.
Inoltre è stato calcolato che dal dal 2004 al 2009 l’Italia ha risparmiato complessivamente oltre 3,7 miliardi di kilowattora, corrispondenti a circa 500 milioni di euro di minor costo ed è stata evitata l’immissione in atmosfera di 2,1 milioni di tonnellate di anidride carbonica, davvero niente male per spostare in avanti di un ora le lancette.

Per quanto riguarda l'ora legale essa viene introdotta per ragioni economiche, cioè per consentire, nei mesi primaverili ed estivi, di lavorare in condizioni di luce anche a pomeriggio inoltrato e sfruttare così appieno la luce del giorno. Si tratta in sostanza di anticipare l'ora solare di 60 minuti mentre nei mesi autunnali e invernali l'orologio torna a indicare l'ora solare. Occorrerebbe comunque intendersi sul termine “legale”: l'ora indicata dai nostri orologi è infatti sempre e comunque “legale” nel senso che con l'introduzione dei fusi orari i nostri orologi sono ormai del tutto sganciati dall'ora solare vera, che è quella segnata effettivamente dal Sole. I nostri orologi segnano infatti per convenzione e comodità l'ora del meridiano centrale del fuso di appartenenza invece di quella della località in cui ci si trova. Per gli astronomi, infatti l'ora che noi definiamo “legale” è detta invece ora “estiva” proprio a sottolineare che l'ora che impieghiamo per i nostri usi quotidiani è comunque “legale”, cioè convenzionale e stabilita da disposizioni di legge, indipendentemente dalla stagione.
 Walter Riva Associazione Osservatorio Astronomico del Righi, Genova

sabato 26 marzo 2011

Meditazione sull’ "Educazione al Perdono” (D.Bonhoeffer)

Ho partecipato a una serata Quaresimale animata da don Chino della comunità "Promozione umana" e ho letto dall'ambone questo brano di D. Bonhoeffer che propongo come meditazione:


Proviamo a chiederci se non ci sia nel nostro entourage, nella nostra famiglia, tra i nostri amici, qualcuno a cui non abbiamo perdonato il torto che ci ha fatto; qualcuno dal quale ci siamo separati in collera, forse non in collera aperta, ma con un sentimento di celata amarezza, e pensando; "No, questo non lo posso più tollerare, con questa persona non posso aver più niente in comune" .
0 siamo incoscienti a tal punto da dire che non ne conosciamo nemmeno uno? Gli altri ci sono talmente indifferenti che non sappiamo veramente neppure se siamo in pace con loro oppure no? Non c'è il rischio che una buona volta si levino uno dopo l'altro per accusarci: "Ti sei separato da me nella discordia"; non mi hai saputo sopportare"; "Hai rotto la comunione con me"; "Ti ero antipatico e mi hai voltato le spalle"; "Un giorno ti ho fatto dei male, e tu mi hai lasciato solo"; "Una volta ti ho offeso, e tu hai rotto con me e non ho più potuto riaverti amico"; "Spesso ti ho cercato e mi hai evitato"; "Tra noi non c'è più stata una parola franca: io non volevo nient' altro da te se non il tuo perdono, e tu non mi hai mai saputo perdonare"?
In quel momento rivivrebbero dinanzi a noi nomi che neppure più ricordiamo, i nomi di quei molti, offesi, ripudiati, a cui non abbiamo saputo perdonare il peccato. E tra questi forse quello di un vero amico, di un fratello, di uno dei nostri genitori.
Si leverebbe allora contro di noi un'unica grande voce, minacciosa, terribile: "Sei stato un uomo duro. Tutta la tua cortesia non ti serve a nulla: sei stato duro, orgoglioso, freddo come la pietra; non ti sei curato di nessuno di noi; ti eravamo tutti indifferenti o odiosi; non hai mai saputo cosa operi il perdono: quan-to bene faccia a colui che lo sperimenta e quanto renda libero colui che lo concede. Sei sempre stato un uomo duro".
Li prendiamo talmente alla leggera, i nostri rapporti con gli altri! Diventiamo insensibili, e pensiamo che quando non nutriamo pensieri cattivi contro qualcuno è come se l'avessimo perdonato. E dimentichiamo dei tutto che non abbiamo nessun pensiero buono a suo riguardo. Quando, invece, perdonare potrebbe davvero significare aver solo pensieri buoni nei suoi confronti; portarlo, per quanto ci è possibile.
Ed è proprio questo che evitiamo; noi non portiamo l'altro, ma gli passiamo accanto e finiamo per assuefarci al suo silenzio.
(D. Bonhoeffer, Memoria e fedeltà)
http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=47&biografia=Dietrich+Bonhoeffer:
Teologo protestante, martire del nazismo


Riconoscere i nostri difetti, cercare di correggerli, migliorarci ogni giorno, sono quei processi di auto-educazíone che ci vengono dalla coscienza e da quelle particolari regole di comportamento condivise nel gruppo familiare e nel più ampio contesto sociale in cui siamo inseriti. Per il cristiano sono anche il momento per riconoscersi creatura piccola e fragile che si mette alla presenza dei suo Creatore e che da Lui attende di essere guidato e salvato.

giovedì 24 marzo 2011

Preghiera per la terza domenica di quaresima ambrosiana A (di Abramo) Gv 8,31-59


Signore Gesù,
doveva essere particolarmente amara la tristezza
quando le tue parole
venivano distorte, falsate o respinte.
Questa tristezza - lo sappiamo –
si ripete tutte le volte
che il tuo Vangelo viene da noi profanato e tradito
per avallare i nostri interessi politici, economici, culturali
o anche solo per affermare la nostra superiorità
nei confronti di chi ha fatto scelte religiose diverse.
Signore Gesù,
insegnaci una fede umile,
dialogante con il mondo, aperta a ogni verità
ascosta nel cuore dell'uomo, perché ogni uomo,
al di là del suo “credo” o della sua visione del mondo,
è sacramento misterioso della tua invisibile presenza.
Liberaci dalla falsa certezza che la verità
sia una dottrina astratta di cui possiamo disporre,
quando invece è esperienza d'amore
che noi dobbiamo servire,
soprattutto nelle persone più fragili e vulnerabili.
Fa' che camminiamo come compagni di strada
con chiunque incontriamo sul nostro cammino,
senza pretendere di avere risposte definitive,
ma mendicando una conoscenza che,
attraverso altre domande e altre ancora,
si inoltri in una conoscenza sempre più ampia e profonda.
E’ certo che in questa avventura di verità e di amore
non ci mancherà mai una immensa nostalgia
di quel Dio di cui ci hai svelato il volto e la tenerezza
tutte le volte che dalle tue labbra
hai lasciato affiorare, come la confidenza più grande,
il tuo meraviglioso, ardente
e riconoscente legame con il Padre.
Amen.
(Pozzoli)

PRESUNZIONE: riflessione-terza-domenica di-quaresima ambrosiana (di Abramo) Gv 8,31-59

PRESUNTUOSO (nel dizionario universale) aggettivo persona che ha una eccessiva stima di se e delle proprie capacità; vuole avere sempre ragione
PRESUNTUOSO (nel vocabolario morale) atteggiamento interiore per il quale non ci giudichiamo con verità e ci giudichiamo più di quello che realmente siamo.

Chi sono i protagonisti di questo racconto?
All'inizio vengono introdotti come potenziali discepoli di Gesù. Si parla infatti di Giudei che avevano creduto in lui. Erano dunque simpatizzanti e ammiratori, anche se non ancora completamente disposti a seguire in tutto i suoi sorprendenti e a volte sconcertanti comportamenti.
Alla fine del racconto li vediamo pronti a scagliare pietre contro Gesù con la manifesta volontà di lapidarlo.
Come si spiega questo insorgere della presunzione in persone che prima avremmo potuto giudicare come persone sagge, riflessive e credenti in Dio?
Se pensiamo di conoscere Dio e di sapere quale è la sua volontà, se ci permettiamo di giudicare le persone come se fossimo noi ad amministrare la giustizia di Dio, vuol dire che Dio l'abbiamo ridotto a idolo.
Un'antica narrazione ebraica racconta che la prima realtà creata da Dio nell'Eden fu il punto interrogativo. Come a dire che noi siamo dentro una realtà misteriosa mai pienamente posseduta, ma da interrogare sempre e da adorare.
Di questo si erano dimenticati i giudei di cui parla il Vangelo. Avevano sostituito il punto interrogativo con la presunzione espressa da un perentorio: «Noi sappiamo».
C'è un'altra cosa che i giudei di cui parla il Vangelo dimostrano di avere dimenticato. Hanno la presunzione di poter affermare: «Il nostro padre è Abramo». E non vogliono ricordare che Abramo ha rischiato tutto mettendosi in cammino, senza sapere quale sarebbe stata la destinazione voluta da Dio, mentre essi non conoscono altro movimento che quello di chiudersi in se stessi, a difesa delle proprie certezze e della propria tranquillità.
Thomas Merton, il famoso monaco trappista del secolo scorso, parla di una sorta di crampo che ci irrigidisce in noi stessi tanto da voler difendere il nostro io da ogni occasione di crisi e di turbamento.
E se qualcuno viene a turbare la nostra tranquillità con una verità diversa dalla nostra, ci difendiamo come hanno fatto i Giudei con Gesù: squalificandolo, demonizzandolo fino a volerne cancellare la presenza.
Si preferisce vivere nella presunzione piuttosto che accettare una verità scomoda. E la presunzione è sempre violenta: è madre della violenza.

PRESUNZIONE NELLA FEDE
Una volta le religioni avevano confini precisi.
Non soltanto geografici, ma, se così si può dire, teologici.
Il cristianesimo non era l'ebraismo, l’ebraismo non era l'islamismo, l'islamismo non era l'induismo...
Mettere piede in una chiesa che non fosse della propria religione era allora severamente proibito.
C'è chi ricorda come non fosse permesso a un cattolico entrare in un tempio protestante, dove pure avrebbe potuto ascoltare lo stesso Vangelo e pregare lo stesso Gesù.
Sorprendente perciò è stato nel 1986 il gesto con cui Giovanni Paolo II invitò ad Assisí i più alti rappresentanti delle diverse religioni per pregare insieme in spirito di fraterna comunione.
Tutte le religioni portano a Dio: non contano tanto le forme quanto lo spirito che le anima.
Avrebbe dunque ragione Gandhi quando, con una finissima immagine, ci viene a dire: « Dio è un pozzo. Ogni religione vi attinge, l'una con un secchio, l'altra con una giara, la terza con un otre. Guardiamo all'acqua e non alla forma dei nostri recipienti ».
(diversi esegeti)

martedì 22 marzo 2011

Riflessione terza domenica di quaresima ambrosiana (di Abramo) Gv 8,31-59

«La verità vi farà liberi», ha detto Gesù.
Prima di domandarci quale sia questa verità, è importante un breve esame all'interno della nostra coscienza, in quella «scatola nera» (spendiamo pure questo termine preso dal mondo degli aerei) dove è racchiusa in codice la verità del nostro esistere:
«Dove si trova per noi questa verità che ci fa vivere? Nel nostro lavoro? Nei nostri affetti? Nelle nostre convinzioni politiche? Nei nostri ideali etici o religiosi?»
Tutte queste verità non bastano a liberarci.  Può succedere addirittura che diventino idoli e quindi ci rendano schiavi.
La veritá che libera non è quella che viene da noi, attraverso le nostre argomentazioni rassicuranti, ma è quella che viene da Dio.
Ci sono tre parole, nel vangelo, che meritano di essere commentate. Sono: peccato, verità, libertà.
La parola PECCATO, per molti, è una parola senza senso. Come se fosse ormai uscita dal nostro vocabolario.
Gesù in questo brano intende per peccato il non seguire Cristo.
Peccato è la dimensione della non fede, è l'incredulità.
E si capisce anche perché il peccato sia attribuito all'azione del diavolo.
Il diavolo fa in modo che nessuno possa entrare in rapporto con il Signore perché Gesù è principio di comunione, è lui che libera da ogni chiusura, scioglie le nostre rigidezze e ci immette nella corrente della fiducia e della speranza
La parola VERITÀ gode di maggiore credito, in particolare se si tratta di verità scientifica o di verità da scoprire dentro qualche fatto di cronaca particolarmente complesso.
Ma quando si parla di verità i grandi temi della vita come Dio, l'aldilà, ecc…, molti preferiscono passare oltre: sono troppo impegnative per poterle affrontare.
La verità è la persona stessa di Cristo che ha detto: «Io sono la verità ».
Nessuno può dire di possedere la verità. Si può possedere una persona?
Si può ascoltarla, amarla, seguirla, mai possederla.
Ricco di verità, secondo il vangelo, non è colui che sa più cose su Dio, ma il discepolo di Cristo, colui che è disposto a seguirlo.
Si potrebbe dire che la verità non è mai un possesso, ma un cammino: chi crede di averla, come i giudei, la perde, chi invece la cerca continuamente alla scuola di Cristo la trova.
I credenti devono diventare progressivamente figli della verità, discepoli del Cristo-Verità, strumenti della verità, risplendenti della luce della verità.
La parola più suggestiva, è certamente la parola LIBERTÀ.
"Libertà è rischio, conquista perenne, un compito senza fine: un compito che non si può evitare: l'uomo è condannato a scegliere" (Sartre
E’ libero - fa capire Gesù - chi lotta contro la paura, la viltà, l'inerzia, i pregiudizi. Anche contro l'autorità, se questa è nell'errore
La libertà va dunque conquistata pazientemente dentro un contesto di forze che la ostacolano e pretendono addirittura di soffocarla.
E’ lui, il Cristo, la nostra libertà: è lui, come dice il vangelo, la verità che ci rende liberi.
Gesù è libero di fronte a tutti e a tutto: di fronte alla famiglia, alla sua gente, alle autorità, alle tradizioni, anche alla morte.
Per Gesù la libertà ha il suo principio sorgivo nell'amore.
Secondo una certa mentalità è libero chi usa le mani per raccogliere pietre e scagliarle contro gli altri, come hanno tentato di fare i giudei del vangelo (non si dimentichi peraltro che anche le parole possono essere pesanti e violente come pietre).
E' libero invece, per Gesù, chi usa le mani per benedire, per condividere, per curare i corpi malati o infermi.
A Gesù le mani sono servite anche per essere appeso a una croce.
Apparentemente la croce è stata la negazione di ogni forma di libertà.
In realtà la croce è stata l'immagine della più alta libertà, di quella che solo nell'amore trova il suo principio e la sua ispirazione.
Con noi c'è lui, il Cristo, il quale ha detto: « Prima che Abramo fosse, Io sono».
Ciascuno segretamente ha il diritto di mormorare dentro di sé: «Appartengo a questo mondo, ma respiro in un mondo più vasto. Sono nel tempo, ma appartengo all'eterno. Sono una creatura fragile, ma la morte non spegnerà la mia libertà. Perché vivo con Cristo, che è la mia verità e la mia libertà ».
Possiamo incominciare da capo. E cominciare nella più assoluta libertà.
Bisogna passare da ciò che è vecchio alla sorpresa di un Dio che scompiglia continuamente il nostro ordine e promette il dono di una continua giovinezza: "In verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non conoscerà mai la morte".
Veniamo da Dio e andiamo a Dio. Questa è la nostra avventura: avventura di figli, non di schiavi.
( Pozzoli)

VANGELO SEC. GIOVANNI 8,31-59
In quel tempo, Gesù, disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?». Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!». Gli risposero: «Il nostro padre è Abramo».
Rispose Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero: «Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!».
Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può convincermi di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio».
Gli risposero i Giudei: «Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e hai un demonio?». Rispose Gesù: «Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate. Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca e giudica. In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte».
Gli dissero i Giudei: «Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò».
Gli dissero allora i Giudei: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.
(Bibbia CEI 2008)

Una preghiera per la solennità dell'annunciazione del Signore che si celebra il 25 marzo


"Maria!
Quando Tu forse
avevi altri progetti dí vita,
Dio è entrato nella Tua vita
con il Suo progetto speciale.
E Tu, come umile Sua serva,
gli hai generosamente aperto
le porte del Tuo cuore.
Il Tuo esempio mi sprona
a volgermi anch'io verso Il Signore
per dirgli:
“Vieni nei miei sogni
e nei miei progetti,
nelle mie speranze
e nelle mie paure".
Perciò, Signore
entra nelle mie tenebre,
nelle mie angosce
e nelle mie sofferenze.
Entra anche
in quegli angoli
della mia vita
in cui ho amato
più la mia volontà
che la Tua".

venerdì 18 marzo 2011

Riflessione per la Seconda Domenica di Quaresima ambrosiana A (la Samaritana Gv 4,5-42 )



Siamo di fronte a una delle pagine più belle e alte dei Vangelo.
Questa pagina battesimale può essere la traccia per il nostro cammino di conversione nel tempo quaresimale: la peccatrice che si fa penitente dietro invito delle parole di Gesù e, ricevuto il perdono, esprime la sua gioia per la vita nuova avuta. Si fa testimone del dono ricevuto con un atteggiamento decisamente missionario.
Il cammino quaresimale per noi potrebbe essere questo incontrare il Cristo, metterci in ascolto della sua parola, accogliere la sua presenza per essere anche noi testimoni e missionari.
La scena descritta è tipicamente biblica. Nelle storie dei patriarchi più di una volta è narrato l'incontro di un uomo, stanco, incaricato di una missione straordinaria, con una donna eletta, presso una fonte. Si pensi all'incontro tra Rebecca e il capo dei servi di Abramo (Gen 24,11ss): a quello tra Giacobbe e Rachele (Gen 29,1ss.): a quello tra Mosè e le figlie dei sacerdote Raguele, una delle quali diverrà moglie del liberatore d'Israele (Es 2,15ss.).
La scena di Gesù con la samaritana rievoca più da vicino quello di Mosè, come ce la descrive Flavio Giuseppe: Mosè, fuggendo dall'Egitto, arriva affamato e stanco a un pozzo, sito a poca distanza da una città. Sfinito vi si riposa, sul mezzogiorno; ecco venire al pozzo le figlie dei sacerdote Raguele La situazione è assai simile a quella descritta in Gv 4 (Friedrich)

Il pozzo significava la Legge, sintetizzava le figure dei patriarchi e quella di Mosè Il leglislatore.

Samaritana: non cattiva, ma cammina con disinvoltura ai margini della legge morale (dose di incoscienza, traccia di spavalderia).

Il capitolo 4° del Vangelo di Giovanni narra uno straordinario incontro vissuto da Gesù con una samaritana. (EBREI E SAMARITANI NON VANNO D'ACCORDO.... UOMINI NON DEVONO CHIIEDERE ALLE DONNE... MA ESIGERE).
Questa conversazione è un piccolo capolavoro di finezza e saggezza psicologica.
Gesù comprende che attraverso la curiosità (atteggiamento molto sano dello spirito: esprime desiderio di sapere) (difetto quando è inopportuna e morbosa) può portare questa donna a scoprire valori più grandi...
L'arrivo della donna samaritana e la richiesta di Gesù aprono il tema dell'acqua viva che Gesù darà (4,7-15).
In questo cammino l'iniziativa è del Signore. E’ bellissimo quel «Dammi da bere». Gesù è il Maestro che chiede da bere a una donna e per di più samaritana.
Potrebbe sembrare che Gesù, assetato, sia il bisognoso e la Samaritana, che ha il secchio, colei che può placare la sua sete. L'evangelista fa invece comprendere che la realtà è opposta: la Samaritana è colei che ha bisogno di Gesù. L'opposizione fra realtà e apparenza, così, ha un duplice scopo: da una parte mostra che per conoscere Gesù non basta fermarsi all'esterioritá della sua umanità; dall'altra fa capire che lui svela i bisogni profondi della persona, anche quando lei stessa (come la Samaritana) non li conosce.
GESÙ CI CHIEDE DA BERE ossia chiede il nostro amore ed è con questa richiesta che ripeterà sulla Croce "HO SETE".
Gesù è assetato della nostra fede viva che orienti la nostra vita verso la sua persona e noi, come cristiani siamo chiamati al compito di attuare la più nobile missione che Lui ci ha affidato: seminare l'amore nel mondo e partecipare alla missione salvifica della Chiesa.
INIZIA CHIEDENDO ACQUA E TERMINA PROMETTENDOLA; ANCHE SULLA CROCE DAPPRIMA MANIFESTERÀ LA SUA SETE (19,28) E POI DARÀ L’ACQUA CHE SGORGA DAL SUO CORPO
Il cammino di conversione nasce dalla certezza che la mia vita è preziosa e non può essere buttata. In qualunque situazione posso sempre trovare la strada del ritorno, della grazia, dell'acqua viva. Tutti abbiamo bisogno di sperimentare che la nostra vita non è da buttare, che può essere utile a qualcuno. Ma questa esperienza molte volte la facciamo solo se qualcuno, chiedendoci aiuto, ci restituisce la fiducia in noi stessi. C'è una sete profonda di Dio nel cuore dell'uomo che deve essere continuamente scoperta, ritrovata.
OGGI IL PERICOLO È CHE QUESTA SETE VENGA SPENTA CON DEI SURROGATI, CON DELLE MENZOGNE.
 E’ bella quella pagina nel Piccolo Principe della pillola che toglie la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più la necessità di bere. «"Perché vendi questa roba? disse il piccolo principe. "E’ una grossa economia di tempo", disse il mercante. "Gli esperti hanno fatto i calcoli. Si risparmiano 53 minuti alla settimana". "Che cosa se ne fa di questi 53 minuti?". "Se ne fa quel che si vuole". "lo", disse il piccolo principe, "se avessi 53 minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana"».
Di continuo siamo tentati di dare risposte alle domande di senso, alla nostra sete di eternità con delle pillole preconfezionate a basso prezzo.
La Samaritana si è liberata di questa tentazione perché ha trovato il Cristo, l'acqua viva.
(diversi esegeti)


"Ho sete" ( è scritto su una parete di una delle case di accoglienza di Madre Teresa di Calcutta)

VANGELO SEC. GIOVANNI 4,5-42
In quel tempo, Gesù giunse ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui».
Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene “non ho marito”; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?». La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». Uscirono allora dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete. Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Bibbia CEI 2008

Preghiera per la Seconda Domenica di Quaresima ambrosiana A (della Samaritana)

Signore Gesù,
anche la nostra vita,
come quella della donna samaritana,
è fatta di gesti abituali,
di occupazioni ripetute,
di fatiche e di tristezze senza nome.
E ciascuno si porta dentro
anche qualche tormento
che non saprebbe confessare
neppure all'amico più caro.
E’ una situazione confusa, la nostra,
che va mendicando un po' di chiarezza;
è la stessa sofferenza della samaritana
che andava cercando,
per la sua sete segreta,
un'acqua che quel pozzo
non avrebbe potuto dare.
Signore Gesù,
vogliamo dirti oggi
tutta la nostra commozione
nel vedere con quale
umanissima delicatezza
ci aiuti a scoprire i nostri limiti
e i nostri desideri più nascosti.
Signore Gesù,
nostra sete e nostra sorgente di acqua viva,
insegnaci a essere veri adoratori di Dio
immergendoci nelle onde vivificanti dello Spirito
e lasciandoci condurre dalla tua parola,
perché anche nel nostro cuore,
come in quello della samaritana,
si crei quel felice turbamento che si prova
quando ci si sente leggeri,
sciolti da ogni pesantezza del passato,
pronti a testimoniare di fronte a tutti
la bellezza di una fede
che rinnova continuamente
lo stupore e il gusto della vita.
Amen.
(Pozzoli)

mercoledì 16 marzo 2011

Auguri a papà Giulio


Ho inserito questa rudimentale registrazione che mi è costato molto moralmente ma questi sette minuti sentivo che dovevo donarli non solo a Giulio ma a tutti voi che volete bene anche a Giuliana attraverso noi.
Diceva il nostro amico esorcista della diocesi di Mi:"Questo angelo misterioso è figlia di Lui, figlia vostra, figlia nostra".
Cari amici "PAPA'" auguri da Giuliana.
Gratitudine per la vostra preziosa vicinanza. Enrica




AUGURI GIULIO
PER LA FESTA DEL PAPA'
con questa registrazione
fatta con il cellulare
e che so desideravi tanto
e non te l'aspettavi.
 SEI UN PAPA' MERAVIGLIOSO.
Grazie Giulio da Enrica



lunedì 14 marzo 2011

Le origini della Festa del Papà




La Festa del Papà ricorre il 19 Marzo in concomitanza con la Festa di San Giuseppe, che nella tradizione popolare oltre a proteggere i poveri, gli orfani e le ragazze nubili, in virtù della sua professione, è anche il protettore dei falegnami, che da sempre sono i principali promotori della sua festa.
Pare che l'usanza ci pervenga dagli Stati Uniti e fu celebrata la prima volta intorno ai primi anni del 1900, quando una giovane donna decise di dedicare un giorno speciale a suo padre.
Agli inizi la festa del papà ricorreva nel mese di giugno, in corrispondenza del compleanno del Signor Smart alla quale fu dedicata, poi solamente quando giunse anche in Italia si decise che sarebbe stato più adatta festeggiarla il giorno della Festa di San Giuseppe.
In principio nacque come festa nazionale, ma in seguito è stata abrogata anche se continua ad essere un'occasione per le famiglie, e sopratutto per i bambini, di festeggiare i loro amati padri.
La festa del 19 marzo è caratterizzata inoltre da due tipiche manifestazioni, che si ritrovano un po' in tutte le regioni d'Italia: i falò e le zeppole. Poiché la celebrazione di San Giuseppe coincide con la fine dell'inverno, si è sovrapposta ai riti di purificazione agraria, effettuati nel passato pagano.
In quest'occasione, infatti, si bruciano i residui del raccolto sui campi, ed enormi cataste di legna vengono accese ai margini delle piazze. Quando il fuoco sta per spegnersi, alcuni lo scavalcano con grandi salti, e le vecchiette, mentre filano, intonano inni per San Giuseppe. Questi riti sono accompagnati dalla preparazione delle zeppole, le famose frittelle, che pur variando nella ricetta da regione a regione, sono il piatto tipico di questa festa.

http://www.filastrocche.it/papa/storia.asp

1861-2011 = 150° anniversario Unità d'Italia





1861: nasce l'Italia


Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d'Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861".
Sono le parole che si possono leggere nel documento della legge n. 4671 del Regno di Sardegna e valgono come proclamazione ufficiale del Regno d'Italia, che fa seguito alla seduta del 14 marzo 1861 della Camera dei Deputati, nella quale è stato votato il progetto di legge approvato dal Senato il 26 febbraio 1861. La legge n. 4671 fu promulgata il 17 marzo 1861 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 68 del 18 marzo 1861.
In circa due anni, dalla primavera del 1859 alla primavera del 1861, nacque, da un 'Italia divisa in sette Stati, il nuovo regno: un percorso che parte dalla vittoria militare degli eserciti franco-piemontesi nel 1859 e dal contemporaneo progressivo sfaldarsi dei vari Stati italiani che avevano legato la loro sorte alla presenza dell'Austria nella penisola e si conclude con la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia.
Tra il 1859 e il 1860 non ci fu un vero scontro tra l'elemento liberale e le vecchie classi dirigenti ma una rassegnata accettazione della nuova realtà da parte di queste ultime. Solo nel regno meridionale si manifestò una qualche resistenza, dopo la perdita della Sicilia e l'ingresso di Garibaldi a Napoli (7 settembre), senza colpo ferire, con la battaglia del Volturno e la difesa di alcune fortezze. Il nuovo Stato non aveva tradizioni politiche univoche (insieme ad un centro nord con tradizioni comunali e signorili, c'era un mezzogiorno con tradizioni monarchiche fortemente accentrate a Napoli) ma si basava su una nazione culturale di antiche origini che costituiva un forte elemento unitario in tutto il paese, uno Stato - come scrisse all'indomani della conclusione della seconda guerra mondiale un illustre storico svizzero, Werner Kaegi - che cinque secoli prima dell'unità aveva "una effettiva coscienza nazionale" anche se priva di forma politica. Nel rapidissimo riconoscimento del regno da parte della Gran Bretagna e della Svizzera il 30 marzo 1861, ad appena due settimane dalla sua proclamazione, seguito da quello degli Stati Uniti d'America il 13 aprile 1861, al di là delle simpatie per il governo liberale di Torino, ci fu anche un disegno, anche se ancora incerto, sul vantaggio che avrebbe tratto il continente europeo dalla presenza del nuovo regno.
Cominciò infatti a diffondersi la convinzione che l'Italia unita avrebbe potuto costituire un elemento di stabilità per l'intero continente. Invece di essere terra di scontro tra potenze decise ad acquistare una posizione egemonica nell'Europa centro-meridionale e nel Mediterraneo, l'Italia unificata, cioè un regno di oltre 22 milioni di abitanti, avrebbe potuto rappresentare un efficace ostacolo alle tendenze espansioniste della Francia da un lato e dell'impero asburgico dall'altro e, grazie alla sua favorevole posizione geografica, inserirsi nel contrasto tra Francia e Gran Bretagna per il dominio del Mediterraneo.

Il Logo ufficiale

Tre bandiere tricolore che sventolano a rappresentare i tre giubilei del 1911, 1961, 2011, in un collegamento ideale tra le generazioni: è il logo del 150º Anniversario dell'Unità d'Italia che si celebrerà nel 2011.
Il logo è pensato per essere una immagine-segnale che ricordi il coraggio, il sogno, la gioia profondamente umana che accompagnò i fatti che portarono all'Unità d'Italia: per tirarli fuori dai libri di Storia e trasformarli in emozione ancora attuale. Un logo allegro, positivo, vivo.
Scendendo dai motivi ideali più nel dettaglio grafico, "la forma della bandiera è il risultato di uno studio che integra le suggestioni di festa, di vele gonfie e di volo d'uccello. Con la reiterazione della forma, si accentua il senso di coralità".
Quanto al percorso di creazione del logo, "si parte dall'indagine sui simboli sedimentati, primo fra tutti: il tricolore, declinato in una composizione piena di energia, che evoca lo sventolare di bandiere in festa".
 http://www.italiaunita150.it/1861-nasce-litalia.aspx