"io sono qui per continuare ad imparare"

Una frase, un ringraziamento, un pensiero, una poesia, una nota citazione, una preghiera, una testimonianza che trattano i temi fondamentali della vita (che chiamerò "riflessioni") possono, qualche volta, tracciare un solco positivo nel cuore e in alcuni casi diventare motivo di stimolo, speranza, conforto, sostegno. Se alle mie "riflessioni" aggiungerete le vostre, condivideremo anche con altri qualche prezioso suggerimento, come meditazione sulla realtà del vivere quotidiano.


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domenica 27 febbraio 2022

Preghiera: mai più la guerra di G. Paolo II


 

🙏Preghiamo con le parole di Giovanni Paolo II.🙏
Signore, sorgente della giustizia
principio della concordia,
apri il cuore degli uomini al dialogo
e sostieni l’impegno degli operatori di pace,
perché sul ricorso alle armi prevalga il negoziato,
sull’incomprensione l’intesa,
sull’offesa il perdono, sull’odio l’amore.
Dio dei nostri Padri, Signore della pace e della vita,
Padre di tutti. Tu condanni le guerre
e abbatti l’orgoglio dei violenti.
Ascolta il grido unanime dei tuoi figli,
supplica accorata di tutta l’umanità:
mai più la guerra, avventura senza ritorno,
mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza.
Amen.ni Paolo II)

lunedì 21 febbraio 2022

Ansietà e gioia Siracide 30, 21-25











Leggevo tutti i giorni con e per Giuliana questi versetti del Siracide 30, 21-25 stampati ed appesi al muro della cucina:

Ansietà e gioia
Non darti in balìa della tristezza
e non tormentarti con i tuoi pensieri.
La gioia del cuore è la vita dell'uomo,
l'allegria dell'uomo è lunga vita.
Distraiti e consola il tuo cuore,
tieni lontana la profonda tristezza,
perché la tristezza ha rovinato molti
e in essa non c'è alcun vantaggio.
Gelosia e ira accorciano i giorni,
le preoccupazioni anticipano la vecchiaia.
Un cuore limpido e sereno si accontenta dei cibi
e gusta tutto quello che mangia.

Siracide 30, 21-25-25

domenica 20 febbraio 2022

Grazie all’eroico personale sanitario

 

“Nella malattia noi abbiamo bisogno di qualcuno che ci salvi, che ci aiuti”: un applauso e un grande grazie all’eroico “personale sanitario che ha fatto vedere questa eroicità nel tempo del Covid ma rimane l’eroicità tutti i giorni”. Così Papa Francesco, nelle parole dopo la preghiera dell’Angelus questa domenica in Piazza San Pietro, ricorda, nella Giornata nazionale del personale sanitario “tanti medici, mediche, infermieri, infermiere, volontari, che stanno vicino agli ammalati, li curano, li fanno sentire meglio, li aiutano”.

venerdì 18 febbraio 2022

Arte: Il dito di Dio e di Adamo







“Quando, nel 1512, Michelangelo completò finalmente l’affresco sul soffitto della Cappella Sistina, considerata una delle opere più famose della storia dell’arte, i cardinali responsabili della cura delle opere rimasero per ore a guardare e ammirare il magnifico affresco. Dopo l’analisi si riunirono con il maestro, Michelangelo, e senza vergogna spararono: ‘Rifallo!’ Lo scontento, ovviamente, non era rivolto a tutto il lavoro, ma a un dettaglio apparentemente senza importanza. Michelangelo aveva disegnato il pannello della creazione dell’uomo con le dita di Dio e di Adamo che si toccavano. I cardinali chiesero che non si toccassero, ma che le dita di entrambi fossero separati, e anzi, che il dito di Dio fosse sempre teso al massimo, ma che quello di Adamo si contraesse nell’ultima falange. Un dettaglio semplice, ma con un significato sorprendente: Dio è lì, ma la decisione di cercarlo dipende dall’uomo. Se vuole stenderà il dito, lo toccherà, ma se non vuole può passare tutta la vita senza cercarlo. L’ultima falange del dito contratto di Adamo rappresenta così il libero arbitrio”.

Marko Ivan Rupnik

giovedì 17 febbraio 2022

Il mondo ha bisogno di bellezza.

 

Il Papa, oggi, agli artisti: il mondo, più che mai, ha bisogno di bellezza.

Francesco esorta ad imboccare la "via pulchritudinis": la bellezza è in grado di creare comunione “perché unisce Dio, l’uomo e il creato in un’unica sinfonia”.

martedì 15 febbraio 2022

Santa Giuliana di Nicomedia la donna che incatenò il demonio.

 














Santa Giuliana di Nicomedia. Santa Giuliana è molto venerata in Campania e nei Paesi Bassi. La chiesa cattolica la festeggia il 16 febbraio. Giuliana è protettrice degli ammalati e delle partorienti. Il nome Giuliana deriva dal latino e significa letteralmente appartenente alla gens Julia, una nobile famiglia romana. Nelle rappresentazioni sacre Santa Giulia è sempre raffigurata con il simbolo della palma. Il suo martirologio romano recita: «A Nicomedia santa Giuliana, Vergine e Martire, la quale, sotto l’Imperatore Massimiano, prima gravemente battuta da Africano suo padre, quindi in vari modi tormentata dal Prefetto Evilasio, col quale aveva ricusato di maritarsi, e poi gettata in carcere, combatté apertamente col demonio e finalmente, avendo superato le fiamme ed una caldaia bollente, compì il martirio con la decapitazione. Il suo corpo fu poi trasportato a Cuma, in Campania».

La vita di Santa Giuliana di Nicomedia

Santa Giuliana nacque intorno al 285 a Nicomedia. Appartenente a una famiglia pagana si convertì al cristianesimo. Promessa in sposa al prefetto della città Giuliana pose come condizione al matrimonio la conversione al Cristianesimo da parte del futuro marito. Di fronte a questa pretesa il fidanzato stesso denunciò Giuliana, che venne poi condotta davanti al tribunale perché cristiana praticante. Nonostante la prigionia non rinnegò la propria fede e venne condannata a morte. Venne quindi decapitata nell’anno 305. La persecuzione di Diocleziano partì proprio da Nicomedia, ed Eusebio narra che furono individuati e perseguitati cristiani anche negli uffici e nei palazzi imperiali. I martiri di quella città furono svariati e tra questi Doroteo che era un notabile dell’impero, ed Antimo che era vescovo della città. Santa Giuliana perciò subì il martirio insieme con il vescovo Antimo, con santa Barbara e con altri santi. Le sue spoglie, custodite da una matrona romana, furono venerate nella cattedrale di Cuma, oggi distrutta, che le accolse dopo il naufragio della nave che le conduceva verso Roma.

Il Culto di Santa Giuliana di Nicomedia

Santa Giuliana venne subito venerata tra i santi e le sante più note del paleo-cristianesimo in Campania. La sua immagine fu dipinta nel V secolo in un’edicola a lei intitolata nelle catacombe di San Gennaro a Napoli. Nella Napoli bizantina la Santa fu vista come una figura giovanile, bella e brillante e rappresentò l’esemplare modello di vergine cristiana. Ella suscitò una grande devozione popolare che fu sostenuta dalla monache del monastero di Donnaromita, le quali vivevano secondo i dettami della Regola di San Basilio. Queste monache seguirono poi la Regola di san Benedetto e, custodendo il corpo della santa dopo la distruzione di Cuma, estesero ancora più la devozione in tutti i luoghi della cristianità europea. Testimonianze del culto della santa si ritrovano così a Vallepietra, in Inghilterra e in Spagna, e sue reliquie si trovano a Perugia e a Verona. Dal 1207 la città di Frattamaggiore celebra la Santa come sua patrona principale insieme con San Sossio.

scritto da Marilena De Angelis

https://www.lalucedimaria.it/santa-giuliana-nicodemia-incatena-demonio/?fbclid=IwAR1KsehC7mpz8TIMbjMyY5aogKvu4pszvSkGNSxFWyojVUIzUhbiTaHbvxI

sabato 12 febbraio 2022

Grotta di Lourdes in Sacra Famiglia

 

Anche in Sacra Famiglia c'è la grotta della Madonna di Lourdes.

Mamma proteggi Giuliana, tutti i fragili e coloro che li assistono con Amore. Amen
🙏💙

12 anni unita con il mondo, grazie blogghisti


12 febbraio 2010 - 12 febbraio 2022

Grazie care/i amiche/ci blogghisti

per la visibilità dei 12000 post mensili.

Dedicato a Voi...

che in questo altro anno di "virus"

siete state/i accanto

nel mio e vostro blog.

 "Voglio solo il mio braccio sopra un altro braccio amico e spartire con altri occhi
quello che guardano i miei".

-Luis Cernuda-

giovedì 10 febbraio 2022

XXX Giornata Mondiale del Malato, Preghiera.

 

Il tema scelto per questa trentesima Giornata Mondiale del Malato. «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36),

https://salute.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/26/2022/01/10/MessaggioPapa.pdf?fbclid=IwAR3CUAKGG-USIxX-hb1A33nVB4whyz7lSrUAfjpMP8SQYltGC-hBCem3yfY

martedì 8 febbraio 2022

Mimosa bellezza delicata, effimera.

 

Sapevate che 9 mimose su 10 in Italia sono prodotte in Liguria? Ecco dove il paesaggio a fine inverno si tinge di giallo

Giallo che più giallo non si può. Avete mai visto un albero di mimosa in fiore? È come se mille canarini ci si posassero improvvisamente sopra. E una valle con le mimose in fiore?  Una marea, una valanga di giallo, una flotta di canarini.

È proprio quello che accade in Liguria, in provincia di Imperia, tra Vallebona e Perinaldo, nel periodo compreso tra febbraio e marzo.

Arriva da lontano, ma la mimosa ha trovato in Liguria il suo habitat, tanto da diventarne uno dei protagonisti dell’inverno. È una festa colorata, un folletto che salta da un pendio all’altro, uno strillo giallo tra le fasce dove la natura ancora dorme. Una voglia di primavera che apre il cuore di speranza nel pieno dell’inverno.

Originaria della Tasmania, la Mimosa (o Acacia dealbata) è arrivata in Liguria nel XIX secolo ed è oggi uno dei fattori più importanti del mercato floricolo: a lei sono dedicati più di 200 ettari tra coltivazioni e raccolta e la produzione ligure supera il 90 % di quella del resto dell'Italia.

Dal 1946, la mimosa è il fiore simbolo dell’8 marzo, la Festa della donna. La scelta fu fatta nel 1946, da un'idea di Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei che proposero di usare la mimosa, poco costosa e accessibile a tutti, al posto delle violette, ancora oggi regalate in molti altri paesi in occasione della ricorrenza, ma troppo costose per una festa considerata tradizionalmente proletaria.

In Liguria agli inizi di febbraio, già a fine gennaio nei casi più particolari, non è difficile trovare un albero di mimosa che accenda la vostra giornata. Pieve Ligure, in provincia di Genova, la festeggia con una sagra popolare; a Ponente, in provincia di Imperia, invece, la mimosa è diventata parte del tessuto economico e culturale della zona.

Graziani Guglielmi abita a Vallebona, un piccolo comune nell’immediato entroterra di Bordighera. Coltiva la mimosa da trent’anni. Ogni anno aspetta la fine di gennaio per tuffarsi nel giallo. Il suo Ape si avventura sulle alture del borgo, tra serre, uliveti e chiesette rupestri, il motore sbuffa mentre supera pendenze proibitive che in un attimo portano in cielo. Del resto siamo vicino a Perinaldo, patria dell’astronomo Cassini, e con il cielo da queste parti hanno un rapporto particolare.

“Quella della mimosa è una bellezza delicata, effimera -  dice Graziano - la pianta vive si e no trent’anni, poi si spegne e bisogna sostituirla. Piante di trentadue, trentacinque anni possono considerarsi anziane e a breve moriranno. Negli ultimi anni, forse per il cambiamento del clima o per la coltura intensiva, le mie hanno cominciato ad avere problemi. Qui furono piantate sessanta piante, ora ce ne sono più soltanto trenta...”.

Dura poco la pianta della mimosa, come il suo fiore. Tanto flou, tanto è effimero e delicato il fiore, tanto fragile è la pianta. Del resto è una qualità della bellezza, quella di non durare al lungo. Però nel ponente ligure la mimosa si è adattata molto bene, ha trovato quello che cercava: inverni miti ed estati secche, proprio quello che ci vuole per favorirne la fioritura.

“È una pianta delicata, ma di poche pretese, coltivarla non è poi difficile. Desidera terreni freschi, ben drenati, acidofili. Concime organico quanto basta. Attenzione ai venti: ha un apparato radicale piuttosto povero. Le ultime tempeste nella nostra zona hanno rovesciato parecchi alberi; nelle notti ventose io e mia madre non stiamo mai tranquilli, abbiamo sempre paura che le raffiche si portino via qualche pianta… e vorrei andare su, per aiutarle... ma poi al mattino le trovo lì, hanno resistito.

Per fiorire, però, la mimosa deve patire la sete: è anche per questo che cresce bene nel ponente ligure, perché qui d’estate piove molto poco. Non effettuo potatura: la potatura è la raccolta stessa.”

Come accade per le olive, la raccolta della mimosa ha qualcosa di ascetico. Graziano resta per ore da solo tra le sue piante. Sotto di lui, laggiù, la vita scorre tranquilla nei carruggi di Vallebona. Va a lavorare in una bella mattina di gennaio, anche se fa freddo, ma di quelle con il cielo completamente dipinto di blu.

“Coltivare la mimosa per me è stato naturale. I miei non facevano questo lavoro, ma avevano alcuni appezzamenti e piano piano mi ci sono dedicato”. Graziano Guglielmi

Quante varietà di mimosa esistono? Come si coltiva?

“Questa è la Galuà, (in dialetto, in realtà si dice “Gaulois”), la più conosciuta, poi c’è la “Chiaro di luna”, la “Luna d’argento”, la “Denis bodei” e la Turnè (Tournaire), molto simile alla Gaulois, ma che matura un mese prima e poi un’altra, molto richiesta che si raccoglie acerba, a settembre. Per chi non è un produttore non è facile distinguerle, ci sono piccole variazioni nella foglia o il fiore. Replicare una mimosa da seme non è facile, si preferisce innestare la varietà che si vuole su un selvatico più resistente. Ci sono persone in paese che sanno farlo bene, noi ci rivolgiamo a loro".

Graziano mi confessa anche qualcosa che aggiunge bellezza alla mimosa:

“Per fortuna la mimosa non ha parassiti. Io in questi anni non ho mai fatto trattamenti con anticrittogamici o antiparassitari né con concimi chimici”. Così si può star tranquilli che il nostro regalo per la Giornata della donna non conterrà alcun tipo di veleno.

Per farla durare più a lungo basta qualche semplice accorgimento: rimuoverla dall’involucro di plastica in cui viene regalata, metterla a bagno in acqua pulita, meglio se inacidita con l’aggiunta di un paio di gocce di limone. Posizionarla in piena luce e in ambiente umido e vaporizzare acqua fresca sui fiori: la mimosa rilascia molta acqua durante la traspirazione quindi la grande perdita di liquidi potrebbe farla seccare prima”.

Vallebona

“In paese c'è ancora chi sa innestare la mimosa. Sono piccoli coltivatori. Noi cerchiamo loro quando abbiamo bisogno di piante nuove”

Arriviamo sulla dorsale. A Ponente si vede Perinaldo, con le alpi innevate alle spalle. Più in là altri monti, ma è già Francia.

Tornando giù, Graziano allunga un po’ la strada. Mi vuole mostrare un luogo che, dice, con la mimosa fiorita è bellissimo. Sono stradine che s’avventurano tra pinete, orti, villette e macchia mediterranea, zone con nomi che sanno d’antico, “Suseneo”, “Mergai”,  “Massabò”; ogni tanto, da una curva, spunta il mare di Bordighera.

“Ecco, questo luogo si chiama “paixe d’öji”, la pace degli occhi” - mi dice.

E, infatti, l’orizzonte si abbassa, spunta il mare, qualche sparuto cipresso indica come un dito il cielo. È un buon posto dove venire a riposarsi dopo una giornata di lavoro.

https://www.lamialiguria.it/it/component/content/article/452-lamialigurianews/12219-mimosa-inverno-liguria.html?Itemid=437&fbclid=IwAR1WP2wbtJlVBoyVAm5bIJZeAn8gLEyhVEI7kTmgL9LUk1m6nRrM-Uuq5Fw

lunedì 7 febbraio 2022

Preghiera del buonumore

 
Ieri sera su Rai3 il Papa ha consigliato di leggere la

Preghiera del buonumore di San Tommaso Moro.

Signore, donami una buona digestione e anche qualcosa da digerire.
Donami la salute del corpo e il buon umore necessario per mantenerla.
Donami, Signore, un’anima semplice che sappia far tesoro di tutto ciò che è buono e non si spaventi alla vista del male ma piuttosto trovi sempre il modo di rimetter le cose a posto.
Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo ingombrante che si chiama “io”.
Dammi, Signore, il senso del buon umore.
Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo per scoprire nella vita un po’ di gioia e farne parte anche agli altri.
Amen.

Santa Giuseppina Bakhita

 

Santa Giuseppina Bakhita Vergine

Oglassa, Darfur, Sudan, 1868 - Schio, Vicenza, 8 febbraio 1947

Nasce nel Sudan nel 1869, rapita all'età di sette anni, venduta più volte, conosce sofferenze fisiche e morali, che la lasciano senza un'identità. Sono i suoi rapitori a darle il nome di Bakhita («fortunata»). Nel 1882 viene comprata a Kartum dal console Italiano Calisto Legnani. Nel 1885 segue quest'ultimo in Italia dove, a Genova, viene affidata alla famiglia di Augusto Michieli e diventa la bambinaia della figlia. Quando la famiglia Michieli si sposta sul Mar Rosso, Bakhita resta con la loro bambina presso le Suore Canossiane di Venezia. Qui ha la possibilità di conoscere la fede cristiana e, il 9 gennaio 1890, chiede il battesimo prendendo il nome di Giuseppina. Nel 1893, dopo un intenso cammino, decide di farsi suora canossiana per servire Dio che le aveva dato tante prove del suo amore. Divenuta suora, nel 1896 è trasferita a Schio (Vicenza) dove muore l'8 febbraio del 1947. Per cinquant'anni ha ricoperto compiti umili e semplici offerti con generosità e semplicità.

Esiste un manoscritto, redatto in italiano e custodito nell’archivio storico della Curia generalizia delle suore Canossiane di Roma, che raccoglie l’autobiografia di santa Bakhita, canonizzata in piazza San Pietro il 1° 2000 fra danze e ritmati canti africani. In questo manoscritto sono racchiuse le brutture a cui fu sottoposta Bakhita nei suoi tragici anni di schiavitù, la sua riacquistata libertà e infine la conversione al cattolicesimo.

“La mia famiglia abitava proprio nel centro dell’Africa, in un subborgo del Darfur, detto Olgrossa, vicino al monte Agilerei... Vivevo pienamente felice…

Avevo nove anni circa, quando un mattino…andai… a passeggio nei nostri campi… Ad un tratto [sbucano] da una siepe due brutti stranieri armati… Uno… estrae un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco e con una voce imperiosa, “Se gridi, sei morta, avanti seguici!””.

Venduta a mercanti di schiavi, iniziò per Bakhita un’esistenza di privazioni, di frustate e di passaggi di padrone in padrone. Poi venne tatuata con rito crudele e tribale: 114 tagli di coltello lungo il corpo: “Mi pareva di morire ad ogni momento… Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me… Per più di un mese [distesa] sulla stuoia… senza una pezzuola con cui asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale”.

Giunse finalmente la quinta ed ultima compra-vendita della giovane schiava sudanese. La acquistò un agente consolare italiano, Callisto Legnami.  Dieci anni di orrori e umiliazioni si chiudevano. E, per la prima volta, Bakhita indossa un vestito.

“Fui davvero fortunata; perché il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto”. Trascorrono più di due anni. L’incalzante rivoluzione mahdista fa decidere il funzionario italiano di lasciare Khartoum e tornare in patria. Allora “osai pregarlo di condurmi in Italia con sé”. Bakhita raggiunge la sconosciuta Italia, dove il console la regalerà ad una coppia di amici di Mirano Veneto e per tre anni diventerà la bambinaia di loro figlia, Alice.

Ed ecco l’incontro con Cristo. La mamma di Alice, Maria Turina Michieli, decide di mandare figlia e bambinaia in collegio dovendo raggiungere l’Africa per un certo periodo di tempo. La giovane viene ospitata nel Catecumenato diretto dalle Suore Canossiane di Venezia (1888). “Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me. Io mi rifiutai di seguirla in Africa… Ella montò sulle furie”. Nella questione intervennero il patriarca di Venezia Domenico Agostini e il procuratore del re, il quale  “mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo… libera”.

Il 9 gennaio 1890 riceve dal Patriarca di Venezia il battesimo, la cresima e la comunione e le viene imposto il nome di Giuseppina, Margherita, Fortunata, che in arabo si traduce Bakhita.

Nel 1893 entra nel noviziato delle Canossiane. “Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”, le dirà il cardinal Giuseppe Sarto, nuovo Patriarca e futuro Pio X. Nel 1896 pronuncia i voti e si avvia ad un cammino di santità. Cuoca, sacrestana e portinaia saranno le sue umili mansioni, descritte e testimoniate dal recente e ben riuscito video prodotto dalla Nova-T, dal titolo “Le due valigie, S. Giuseppina Bakhita”, con la regia di Paolo Damosso, la fotografia di Antonio Moirabito e la recitazione di  Franco Giacobini e Angela Goodwin. Il titolo si rifà alle parole che Bakhita disse prima di morire: “Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo”.

Donna di preghiera e di misericordia, conquistò la gente di Schio, dove rimase per ben 45 anni. La suora di “cioccolato”,  che i bambini provavano a mangiare, catturava per la sua bontà, la sua gioia, la sua fede. Già in vita la chiamano santa e alla sua morte (8 febbraio 1947),  sopraggiunta a causa di una polmonite, Schio si vestì a lutto.

Aveva detto: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa…”.

La Chiesa la ricorda l'8 febbraio mentre nella diocesi di Milano la sua memoria si celebra il 9 febbraio.

Autore: Cristina Siccardi

domenica 6 febbraio 2022

I bambini che perdono la vita


















La madre di Rayan
L’uomo ha inventato una parola per ogni circostanza:
Chi perde il padre e la madre è orfano.
Chi perde il coniuge e vedovo/a.
Ma chi perde un figlio non ha un nome. Una parola che descriva la sua situazione. Forse perché la sua situazione non dovrebbe esistere.
Noi musulmani crediamo che i bambini che perdono la vita aspettino i genitori alle porte del paradiso e dicano a Dio: “Non esiste paradiso in cui non ci siano i miei genitori”. Assicurando cosi anche a loro il settimo cielo.
Ditelo a quella madre.
E pregate Dio che allevii il suo dolore.
Youssef El Hirnou 

sabato 5 febbraio 2022

Custodire ogni vita 6 febbraio 2022















Le ripercussioni della pandemia sulla custodia della vita nascente e terminale, sulle fragilità, sul sistema sanitario e sulle responsabilità individuali. È incentrato su questi temi il Messaggio che il Consiglio Episcopale Permanente della CEI ha preparato per la 44.ma Giornata Nazionale per la Vita che si celebrerà il 6 febbraio 2022 col titolo «Custodire ogni vita. “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15)». 

mercoledì 2 febbraio 2022

San Biagio (San Bias)



 











San Biagio (San Bias)

Hin finì i dì de la Merla,
Han dervì finalment la gerla!
I milanes hin andà a spass
Al Covid han tirà i sass!
L’è mei peró fidas nó
el virus l’è in gir ancamó.
Inco' l’è la Candelora
ma dal virus sem minga fora.
E dopu ariva San Bias
che cura la gula e il nas.
Disemegh a lù un’urasiun
ch’el guarisa da sta maledisiun!
Milanes brava gent
Gh’è ammó de stàa atent!
Madunina tuta d’ora e splendenta
insema san Bias
cascia via sta pestilenza
e num cun tanta reverenza
turnerem a ves gent cuntenta
Web

martedì 1 febbraio 2022

Arte: lo sguardo oltre il visibile.

 
Caspar D. Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818, Hamburger Kunsthalle, Amburgo - Public Domain via Wikipedia Commons

I grandi temi romantici della natura e del sublime trovano fulgida espressione nel Viandante su un mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer). Il dipinto rappresenta un uomo di spalle, vestito in abiti borghesi che, in piedi sopra uno spuntone roccioso, contempla solitario lo straordinario spettacolo di un paesaggio alpino immerso nella nebbia. Il panorama ha qualcosa di così primordiale che sembra di ammirare la Terra subito dopo la Creazione e, benché aspro e inospitale, è talmente vasto da incutere un senso di vertigine e di sospensione. Esso riproduce un paesaggio montano della Boemia: sullo sfondo, a destra, è riconoscibile lo Zirkelstein, del quale si intravede la caratteristica forma cilindrica, mentre a sinistra si profila il Rosenberg.
Come la maggior parte dei personaggi di Friedrich, il protagonista è girato di spalle, con lo sguardo rivolto all’infinito, verso l’ignoto. In eroica solitudine, si erge la sua figura tragica di fronte all’incommensurabile potenza della natura. Abbandonato nella contemplazione della vastità del paesaggio, egli sembra acquisire la consapevolezza della sua nullità, dell’essere infinitesimamente piccolo al cospetto dell’assoluto.
La scena, di fortissimo impatto emotivo, si compone di un primo piano in controluce (l’uomo e le rocce), che si staglia contro uno sfondo montuoso, esteso quanto l’orizzonte. Il sublime, ossia il senso della natura possente e smisurata, trova in questo dipinto una delle sue massime espressioni. La contrapposizione semplice e netta delle luci, così come il dolce svaporarsi degli azzurri oltre le vette lontane, contribuisce a creare quel sentimento di grandiosità sospesa che meglio esprime la poetica del sublime, quel sentimento misto di sgomento e di piacere che è determinato dall’assolutamente grande e incommensurabile.
Il viaggiatore (tema romantico per eccellenza) osserva il mare di nuvole, da cui affiorano, come scogli, le cime montane. La sensazione che ci colpisce è quella dell’infinita grandezza della natura, al cui cospetto l’uomo altro non è che un temporaneo e precario viandante, che sosta sull’orlo dell’abisso. Un abisso che tuttavia non vediamo, occultato dalle nuvole che creano un mare soffice e misterioso.
Tra le figure dell’immaginario romantico, un ruolo di assoluta preminenza è ricoperto dall’icona del viandante (homo viator, come si può dedurre dalla presenza del bastone), che si fa simbolo dell’uomo e del suo destino. Un uomo di cui non cogliamo il volto, perché rappresentato di spalle.
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