"io sono qui per continuare ad imparare"

Una frase, un ringraziamento, un pensiero, una poesia, una nota citazione, una preghiera, una testimonianza che trattano i temi fondamentali della vita (che chiamerò "riflessioni") possono, qualche volta, tracciare un solco positivo nel cuore e in alcuni casi diventare motivo di stimolo, speranza, conforto, sostegno. Se alle mie "riflessioni" aggiungerete le vostre, condivideremo anche con altri qualche prezioso suggerimento, come meditazione sulla realtà del vivere quotidiano.


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sabato 23 dicembre 2023

È rimasta solo la capanna











Il nuovo presepe più inclusivo e laico.

Non contiene animali per evitare accuse di maltrattamenti.

Non contiene Maria, perché propone l’immagine di una donna prona al patriarcato.

Quella del falegname Giuseppe non c’è perché il sindacato non ne autorizza l'uso.

Gesù Bambino è stato rimosso perché non ha ancora scelto il suo sesso, se sarà maschio, femmina o qualcos'altro.

Non contiene più i Magi, perché potrebbero essere migranti e uno di loro è nero (discriminazione razziale, xenofoba).

Non contiene una stella cometa per ridurre l'impatta ambientale e l'inquinamento luminoso.

Inoltre, non contiene più un angelo per non offendere gli atei, i musulmani e le altre credenze religiose.

Infine, abbiamo eliminato la paglia, a causa del rischio di incendio, perché non conforme alla norma europea 69/2023/CZ.

È rimasta solo la capanna, realizzata in legno riciclato proveniente da foreste conformi agli standard ambientali ISO, alta esattamente 2.70 m, il minimo per ottenere l'abitabilità.

venerdì 15 dicembre 2023

Il principe felice

 

O.Wilde: Il principe felice

Alta sopra la città, su una lunga, esile colonna, sporgeva la statua del Principe Felice. Era tutto dorato di sottili foglie d'oro fino, i suoi occhi erano due lucenti zaffiri, e un grande rubino rosso luccicava sull'elsa della sua spada. Tutti lo ammiravano. "È bello come una bandierina mossa dal vento," osservò un giorno uno degli assessori di città che ambiva farsi una reputazione d'uomo di gusto "però è meno utile", si affrettò a soggiungere, per timore che la gente lo giudicasse privo di senso pratico, il che non era affatto vero.

"Perché non sai comportarti come il Principe Felice?" chiese una madre piena di buon senso al suo bambino che piangeva perché voleva la luna. "Il Principe Felice non si sogna mai di piangere per nulla". "Sono contento che a questo mondo ci sia qualcuno veramente felice", borbottò un uomo disilluso ammirando la splendida statua. "Assomiglia un angelo", dissero i Trovatelli uscendo dalla cattedrale nei loro lucenti mantelli scarlatti e nei loro lindi grembiulini candidi. "Come fate a dire questo?" osservò il professore di matematica, "se non ne avete mai veduti!". "Oh, sì, che ne abbiamo visti, nei nostri sogni!" risposero i bambini, e il professore di matematica aggrottò la fronte e fece la faccia scura, perché non trovava giusto che i bambini sognassero.

Una sera volò sulla città un Rondinotto. I suoi amici se n'erano andati in Egitto sei settimane innanzi, ma egli era rimasto indietro perché si era innamorato di una bellissima Canna. L'aveva conosciuta al principio di primavera mentre volava giù per il fiume in caccia di una grossa falena gialla, ed era stato talmente attratto dalla sua vita sottile che si era fermato a parlarle. "Vuoi che m'innamori di te?" le aveva chiesto il Rondinotto, cui piaceva venir subito al sodo, e la Canna gli aveva fatto un profondo inchino. Così egli le volò più volte intorno, sfiorando l'acqua con le ali, e increspandola di cerchi argentei. Questa fu la sua corte, e durò tutta l'estate. "È un attaccamento ridicolo", garrivano le altre Rondini, "È senza un soldo, ma in compenso ha un sacco di parenti", e a dire il vero il fiume era zeppo di Canne. Poi, non appena venne l'autunno, le Rondini volarono via tutte. Quando se ne furono andate il Rondinotto si sentì solo, e incominciò a stancarsi della sua bella. ' Non sa conversare, ' si disse ' e temo sia una civetta poiché seguita a frascheggiare col vento '. E infatti, ogni volta che il vento spirava, la Canna si piegava con inchini graziosissimi. "Riconosco che è casalinga," proseguì il Rondinotto "ma a me piace viaggiare e di conseguenza anche a mia moglie dovrebbero piacere i viaggi". "Vuoi venir via con me?" le chiese infine, ma la Canna scosse la testa, era troppo affezionata alla sua casa. "Tu mi hai preso in giro!" gridò il Rondinotto. "Me ne vado alle Piramidi. Addio!" e volò via.

Volò tutto il giorno, e a sera giunse alla città. ' Dove alloggerò? ' si disse. ' Spero mi abbiano preparato dei festeggiamenti. ' Ma poi notò la statua sull'alta colonna. "Andrò ad abitare lì", esclamò. "La posizione è bellissima, e ci si deve respirare dell'ottima aria fresca". Così si posò proprio tra i piedi del Principe Felice. "Ho una camera da letto tutta d'oro", mormorò sottovoce tra sé e sé, guardandosi attorno e preparandosi per la notte, ma giusto mentre stava mettendo la testa sotto l'ala gli cadde addosso una grossa goccia d'acqua. "Che cosa strana!" esclamò. "In cielo non c'è neanche la più piccola nuvola, le stelle sono chiare e luminose, eppure piove. Il clima del Nord Europa è semplicemente spaventoso. Alla Canna la pioggia piaceva, ma questo era dovuto unicamente al suo egoismo". In quella cadde un'altra goccia. "A che serve una statua se non riesce a riparare dalla pioggia?" brontolò; "bisogna che mi cerchi un buon comignolo", e fece per volarsene via. Ma proprio mentre stava per aprire le ali una terza goccia cadde, ed egli allora alzò gli occhi e vide... ah, che cosa vide? Gli occhi del Principe Felice erano gonfi di lagrime, e lagrime rigavano le sue guance dorate. Il suo viso era così bello sotto la luce della luna che il piccolo Rondinotto si sentì invadere da una profonda pietà. "Chi sei?" chiese. "Sono il Principe Felice". "Perché piangi, allora? Mi hai inzuppato tutto". "Quando ero vivo e avevo un cuore umano," rispose la statua "non sapevo che cosa fossero le lagrime, perché abitavo nel Palazzo di Sans-Souci, dove al dolore non è permesso di entrare. Durante il giorno giocavo coi miei compagni nel giardino, e la sera guidavo le danze nella Grande Sala. Intorno al giardino correva un muro altissimo, ma mai io mi curai di sapere che cosa si stendesse al di là di esso, ogni cosa intorno a me era così bella! I miei cortigiani mi chiamavano il Principe Felice, e se il piacere è felicità, io ero veramente felice. Così vissi, e così morii. E ora che sono morto mi hanno messo qui tanto in alto che adesso vedo tutta la bruttezza e tutta la miseria della mia città, e sebbene il mio cuore sia di piombo altro non mi resta che piangere". "Come mai? Non è d'oro massiccio?" si chiese mentalmente il Rondinotto, perché era troppo educato per rivolgere ad alta voce domande di carattere personale. "Lontano lontano," proseguì la statua con la sua dolce voce musicale "lontano in una stradina c'è una povera casa. Una finestra di questa casa è aperta e attraverso vi vedo una donna seduta a un tavolo. Ha il viso magro e sciupato, e le sue mani sono rosse e ruvide e tutte bucherellate dall'ago, poiché fa la cucitrice. Sta ricamando passiflore su un abito di raso che la più bella tra le damigelle d'onore della Regina indosserà al prossimo ballo di Corte. A letto, in un angolo della stanza, il suo bambino giace ammalato. Ha la febbre e vorrebbe mangiare delle arance, ma sua madre non ha nulla da dargli, fuorché acqua di fiume, perciò il bambino piange. Rondinotto, piccolo Rondinotto, non gli porteresti il rubino che luccica sull'elsa della mia spada? I miei piedi sono attaccati a questo piedistallo e io non mi posso muovere". "Sono aspettato in Egitto", rispose il Rondinotto. "I miei amici in questo momento volano sul Nilo, e discorrono con i grandi fiori di loto. Tra poco andranno a dormire nella tomba del gran Re, dove il Re stesso riposa nel suo sarcofago dipinto. È avvolto in gialli lini e imbalsamato con aromi. Ha il collo adorno di una collana di giada verde pallida, e le sue mani assomigliano a foglie avvizzite". "Rondinotto, Rondinotto, piccolo Rondinotto," disse il Principe "non vuoi restare con me per una notte soltanto, ed essere il mio messaggero? Il bambino ha tanta sete, e la madre è così triste!" "Non credo che mi piacciano i bambini", replicò il Rondinotto. "L'estate scorsa, quando stavo sul fiume, c'erano due ragazzi maleducati, i due figliuoli del mugnaio, che mi tiravano sempre sassi. Naturalmente non mi hanno mai preso, si capisce: noi rondini voliamo troppo bene per lasciarci colpire, e del resto io vengo da una famiglia famosa per la sua agilità; comunque però era una grave mancanza di rispetto". Ma il Principe Felice aveva un viso così doloroso che il Rondinotto ne provò pena. "Qui fa molto freddo," disse "ma per farti piacere resterò ancora una notte e sarò tuo messaggero". "Grazie, piccolo Rondinotto", disse il Principe.

Così il Rondinotto colse il grande rubino che ornava la spada del Principe e volò sopra i tetti della città, tenendo stretto il gioiello nel becco appuntito. Passò accanto alla torre della cattedrale, su cui erano scolpiti i grandi angeli di marmo. Passò accanto al palazzo e udì un suono di danze. Una fanciulla bellissima si affacciò al balcone col suo innamorato. "Guarda che stelle meravigliose," egli le disse, "e come è meraviglioso il potere dell'amore!". "Spero che il mio vestito sarà pronto per quando ci sarà il ballo di Stato", rispose la fanciulla. "Ho ordinato che sia ricamato a passiflore, ma le cucitrici sono talmente pigre!".

Passò sopra il fiume, e vide le lanterne appese agli alberi delle navi. Passò sul Ghetto, e vide i vecchi Ebrei che contrattavano tra di loro, e pesavano il danaro su bilance di rame. E finalmente giunse alla povera casa e vi guardò dentro. Il bambino si agitava febbrilmente sul letto, mentre la madre si era addormentata: era tanto stanca! Saltellò nella stanza e posò il grosso rubino sul tavolo, accanto al ditale della donna. Poi volò piano attorno al letto, e accarezzò con le sue ali la fronte del piccolo, facendogli vento dolcemente. "Come mi sento fresco!" disse il bambino. "Forse incomincio a star meglio", e si addormentò di un sonno tranquillo. Allora il Rondinotto rivolò dal Principe Felice e gli raccontò quello che aveva fatto. "Strano," osservò "ma benché faccia un freddo cane adesso ho caldo". "Perché hai compiuta una buona azione", gli disse il Principe: il piccolo Rondinotto incominciò a pensare, ma subito si addormentò: il pensare gli metteva sempre addosso un gran sonno.

Quando il giorno spuntò, volò giù al fiume e prese un bagno. "Che fenomeno straordinario!" esclamò il Professore di Ornitologia che passava in quel momento sul ponte. "Una Rondine d'inverno!" E mandò al giornale locale una lunga lettera in proposito. Tutti la citarono: era costellata di un sacco di vocaboli che nessuno capiva.

"Questa sera parto per l'Egitto", disse il Rondinotto, e questa previsione lo mise di ottimo umore. Visitò tutti i monumenti pubblici, e rimase a lungo seduto in cima al campanile della chiesa. Dovunque andava i Passeri cinguettavano e pispigliavano tra di loro: "Che forestiero distinto!", cosicché il Rondinotto si divertì un mondo. Quando la luna sorse rivolò dal Principe Felice. "Hai qualche commissione da darmi per l'Egitto?" disse. "Sono di partenza". "Rondinotto, Rondinotto, piccolo Rondinotto," disse il Principe "non vuoi restare con me ancora una notte?" "In Egitto mi aspettano", rispose il Rondinotto. "Domani i miei amici voleranno fino alla Seconda Cateratta. Laggiù tra i giunchi, se ne sta accovacciato l'ippopotamo, e su un grande trono di granito siede il Dio Memnone. Tutta la notte egli contempla le stelle, e quando risplende la stella del mattino proferisce un unico grido di gioia, e poi tace. A mezzogiorno i leoni fulvi scendono a bere all'orlo dell'acqua. Hanno occhi simili a verdi berilli, e il loro ruggito è più forte del ruggito della cateratta". "Rondinotto, Rondinotto, piccolo Rondinotto," disse il Principe "lontano lontano, dall'altra parte della città, vedo un giovane in una soffitta, appoggiato a una scrivania ingombra di carte, e in un boccale accanto a lui c'è un mazzolino di viole appassite. Ha i capelli bruni e crespi, le sue labbra sono rosse come una melagrana, e i suoi occhi sono grandi e sognanti. Sta sforzandosi di terminare una commedia per il Direttore del Teatro, ma ha troppo freddo per poter seguitare a scrivere. Non c'è fuoco nel suo camino, e la fame lo ha fatto svenire". "Va bene, aspetterò presso di te un'altra notte", disse il Rondinotto, che aveva proprio un cuore d'oro. "Devo portargli un altro rubino?" "Ahimè, non ho più rubini, ormai," disse il Principe, "tutto ciò che mi è rimasto sono i miei occhi, ma sono fatti di zaffiri rari, e furono portati dall'India più di mille anni fa. Strappane uno e portaglielo. Lo venderà al gioielliere, e si comprerà legna da ardere, e finirà la sua commedia". "Caro Principe," disse il Rondinotto "io non posso fare questo", e incominciò a piangere.
"Rondinotto, Rondinotto, piccolo Rondinotto," disse il Principe "ubbidiscimi".

Così il Rondinotto strappò l'occhio del Principe e volò fino alla soffitta dello studente. Era facile entrarvi, perché nel tetto c'era un buco. Il Rondinotto vi sfrecciò attraverso, e penetrò nella stanza. Il giovane aveva il capo affondato tra le mani, perciò non avvertì il frullio d'ali dell'uccello, e quando alzò gli occhi vide il bellissimo zaffiro adagiato in mezzo alle viole appassite. "Incominciano ad apprezzarmi!" gridò; "certo me lo manda qualche grande ammiratore. Adesso potrò finalmente terminare la mia commedia!". Ed era tutto felice.

Il giorno dopo il Rondinotto volò giù al porto. Si posò sull'albero di una grossa nave e stette a osservare i marinai che a forza di funi alavano su dalla stiva pesanti casse. "Issa-oh!" si gridavan l'un l'altro a mano a mano che le casse salivano. "Io vado in Egitto!" garrì il Rondinotto, ma nessuno gli badò, e quando spuntò la luna volò ancora una volta dal Principe Felice. "Sono venuto a salutarti", gli disse. "Rondinotto, Rondinotto, piccolo Rondinotto," disse il Principe "non vuoi rimanere con me ancora per questa notte?" "È inverno ormai," rispose il Rondinotto "e fra poco arriverà la fredda neve. In Egitto il sole è caldo sulle verdi palme, e i coccodrilli riposano nel fango e si guardano attorno con occhi pigri. I miei compagni stanno costruendo un nido nel Tempio di Baalbec, e le colombe rosee e bianche li guardano, e tubano tra loro. Caro Principe, debbo lasciarti, ma non ti dimenticherò mai, e la prossima primavera ti porterò due gemme bellissime, al posto di quelle che tu hai regalate. Il rubino sarà più rosso di una rosa rossa, e lo zaffiro sarà azzurro come il vasto mare". "Nella piazza qua sotto," disse il Principe Felice, "ci sta una piccola fiammiferaia. I fiammiferi le sono caduti nella cunetta del marciapiedi, e si sono tutti bagnati. Suo padre la picchierà se non porterà a casa un pò di danaro, e perciò la piccola piange. Non ha né calze né scarpe, e la sua testolina è nuda. Strappa l'altro mio occhio e portaglielo, così suo padre non la batterà". "Resterò con te ancora per questa notte," disse il Rondinotto "ma non posso strapparti l'altro occhio. Rimarresti completamente cieco". "Rondinotto, Rondinotto, piccolo Rondinotto," disse il Principe "fà come ti dico". Così il Rondinotto strappò l'altro occhio del Principe e sfrecciò giù nella piazza. Passò roteando accanto alla piccola fiammiferaia e le fece scivolare il gioiello nel palmo della mano. "Che bel pezzettino di vetro!" esclamò la bambina, e corse a casa ridendo. Poi il Rondinotto ritornò dal Principe. "Adesso sei cieco," disse "perciò io resterò con te per sempre". "No, piccolo Rondinotto," mormorò il povero Principe "tu devi andare in Egitto". "Resterò con te per sempre", ripeté il Rondinotto, e dormì ai piedi del Principe.

Poi tutto il giorno seguente se ne stette appollaiato sulla spalla del Principe, e gli raccontò quello che aveva veduto in paesi lontani. Gli parlò dei rossi ibis, che sostano in lunghe file sulle rive del Nilo e col becco acchiappano pesciolini dorati; gli parlò della Sfinge, che è vecchia quanto il mondo, e vive nel deserto, e conosce ogni cosa; gli parlò dei mercanti che viaggiano piano al fianco dei loro cammelli e recano tra le mani rosari d'ambra; gli parlò del Re della Montagna della Luna, che è nero come l'ebano, e adora un enorme cristallo; gli parlò del grande serpente verde che dorme in un palmizio ed è nutrito da venti sacerdoti con focacce di miele; gli parlò infine dei pigmei che veleggiano su un grande lago sopra larghe foglie piatte e sono sempre in guerra con le farfalle. "Caro Rondinotto," disse il Principe "tu mi parli di cose meravigliose, ma più meraviglioso di qualsiasi cosa è il dolore degli uomini e delle donne. Non vi è Mistero più grande della Miseria. Vola sulla mia città, piccolo Rondinotto, e raccontami quello che vedi".

Così il Rondinotto volò sopra la grande città, e vide i ricchi gozzovigliare nelle loro splendide dimore, mentre i poveri sedevano fuori, ai cancelli. Volò in bui vicoli, e vide i visi bianchi dei bambini affamati che fissavano con occhi assenti le strade oscure. Sotto l'arcata di un ponte due ragazzini si stringevano l'uno all'altro cercando di riscaldarsi a vicenda. "Che fame, abbiamo!" dicevano. "Non potete dormire laggiù", gridò la guardia, e i due bambini si allontanarono sotto la pioggia. Allora il Rondinotto tornò indietro e raccontò al Principe quello che aveva veduto. "Sono tutto ricoperto d'oro fino," disse il Principe "tu devi togliermelo di dosso, foglia per foglia, e darlo ai miei poveri: i vivi credono che l'oro possa renderli felici". Il Rondinotto piluccò via foglia dopo foglia del fine oro, finché il Principe Felice divenne tutto opaco e grigio. Foglia per foglia del fine oro egli portò ai poveri, e le facce dei bambini si fecero più rosate, ed essi risero e giocarono giochi infantili nelle strade. "Abbiamo pane, adesso!" gridavano.

Poi venne la neve, e dopo la neve venne il gelo. Le strade sembravano pavimentate d'argento, tanto erano lucide e scintillanti; lunghi ghiaccioli, simili a lame di cristallo, pendevano dalle gronde delle case; tutti giravano impellicciati e i ragazzini indossavano cappucci scarlatti e pattinavano sul ghiaccio. Il povero piccolo Rondinotto aveva sempre più freddo, ma non voleva lasciare il Principe; gli voleva troppo bene. Raccoglieva briciole fuor dell'uscio del fornaio quando questi aveva la schiena voltata, e cercava di scaldarsi battendo le ali. Ma alla fine capì che era prossimo a morire. Ebbe giusto la forza di volare un'ultima volta sulla spalla del Principe. "Addio, caro Principe," mormorò "mi permetti che ti baci la mano?". "Sono contento che tu vada in Egitto, finalmente, piccolo Rondinotto," disse il Principe "sei rimasto qui anche troppo tempo, ma tu devi baciarmi sulle labbra, perché io ti amo". "Non è in Egitto che io vado," disse il Rondinotto "vado alla Casa della Morte. La Morte non è forse la sorella del Sonno?". E baciò il Principe Felice sulle labbra, e cadde morto ai suoi piedi. In quel momento si udì nell'interno della statua uno strano crac, come se qualcosa si fosse rotto. Il fatto è che il cuore di piombo si era spaccato netto in due. Certo faceva un freddo cane.

Il mattino seguente per tempo il Sindaco andò a passeggiare nella piazza sottostante in compagnia degli Assessori. Nel passare dinanzi alla colonna alzò gli occhi verso la statua: "Dio mio! Com'è conciato il Principe Felice!", esclamò. "Davvero! Com'è conciato!" esclamarono gli Assessori che ripetevano sempre quel che diceva il Sindaco, e andarono tutti su per vedere meglio. "Gli è caduto il rubino dall'elsa della spada, gli occhi non ci sono più, e la doratura è scomparsa," disse il Sindaco "insomma, sembra poco meno che un accattone!". "Poco meno che un accattone", ripeterono in coro gli Assessori civici. "E qui, ai piedi della statua, c'è persino un uccello morto!" proseguì il Sindaco. "Dobbiamo assolutamente emanare un'ordinanza che agli uccelli non sia permesso di morire qui!". E lo Scrivano Pubblico prese appunti per la stesura del decreto. Così tirarono giù la statua del Principe Felice. "Dal momento che non è più bello non è nemmeno più utile" osservò il Professore di Belle Arti dell'Università. Quindi fusero la statua in una fornace e il Sindaco indisse un'adunanza della Corporazione per decidere quel che si doveva fare del metallo. "Dobbiamo costruire un'altra statua," disse "e sarà la mia statua". "La mia", ripeté ciascuno degli Assessori, e litigarono. L'ultima volta che ebbi loro notizie stavano ancora litigando. "Che cosa curiosa!" disse il sorvegliante degli operai della fonderia. "Questo rotto cuore di piombo non vuole fondersi nella fornace. Bisogna che lo gettiamo via". E 1o gettarono infatti su un mucchio di spazzatura dove avevano buttato anche il Rondinotto morto.

"Portami le due cose più preziose che trovi nella città", disse Dio a uno dei Suoi Angeli; e l'Angelo Gli portò il cuore di piombo e l'uccello morto. "Hai scelto bene," gli disse Dio "poiché nel mio giardino del Paradiso questo uccellino canterà in eterno, e nella mia città d'oro il Principe Felice mi loderà".

http://www.paroledautore.net/fiabe/classiche/oscarwilde/principe-felice.htm

giovedì 14 dicembre 2023

Dire tutte le cose buone

 

C'è una tribù africana che ha un costume molto bello.

Quando qualcuno fa qualcosa di sbagliato e nocivo, prendono la persona al centro del villaggio, arriva tutta la tribù e lo circonda.

Per due giorni, dicono all'uomo, tutte le cose buone che ha fatto.

La tribù crede che ogni essere umano viene al mondo come un bene.

Ognuno è desideroso di amore, pace, sicurezza, felicità. Ma a volte, nel perseguimento di queste cose, commettiamo degli errori.

La comunità vede quegli errori come un grido di aiuto.

Essi si uniscono per sollevarlo e per ricollegarlo con la sua vera natura, per ricordargli fino a quando non si ricorda pienamente la verità dalla quale era stato temporaneamente disconnesso.

- Nabajyotisaikia - Midori
*Nabajyotisaikia è un complimento utilizzato in Sud Africa e significa: "io ti rispetto, ti nutro. Importa a me" - in risposta dicono Midori, che è: "così, esisto per te"
Illustrazione Tamara Adams


martedì 12 dicembre 2023

Dalle stelle alla stalla

 

“Nessuno può contare le stelle, e le parole e le poesie che le cantano, e i sogni e i sussurri degli amanti al loro chiarore. Eppure, a pensarci bene, per noi che le fissiamo da lontano sono solo punti di luce nel buio. Non tutti i cieli sono solcati da comete, e non tutte le notti recano con sé la magia e il fulgore luminoso del Natale. Si cammina alla cieca, il più delle volte, con poca luce e al freddo, su viottoli che si smarriscono tra la nebbia e mulattiere sconnesse di sassi e di pietre.

Potrà sembrare sbagliato, a noi poveri viandanti, ma forse inciamperemmo di meno se imparassimo a guardare le stelle. Abbiamo bisogno di consolazione e speranze, di un po' di fede e di calore, di poche serene certezze, di briciole di parole di vita che sfamino il cuore e lo facciano fremere. Punti di luce nel buio, come le stelle. Ognuno ha diritto a una stella; a te, Bambino Gesù, chiediamo una scheggia di cometa, un punto luminoso e tremante da fissare, una scia di chiarore che ci faccia trovare la strada, un minimo di luce nella notte che fa paura.

Ma  le nostre canzoni lo cantano - «Tu scendi dalle stelle», e vieni in una grotta, in una stalla, tra il fiato delle bestie e il sudore degli uomini, in mezzo allo sporco e agli odori, nella povertà e nella confusione. Ci sarebbe piaciuto regalarti una dimora diversa, una reggia o un palazzo di perle e diamanti.

Ma il nostro cuore è fatto di poche assi e di un tetto di paglia, e la tua mangiatoia non è un baldacchino dorato, e non somiglia al trono di un principe.

Sappiamo che hai scelto una stalla per dirci che non hai paura di quella parte di noi che facciamo fatica ad accettare, della confusione dei nostri istinti e delle nostre passioni ingovernabili, di ciò che ci imbarazza e ci fa soffrire. Non ti troveremo, stanotte, nel salotto di casa, ma nella nostra stalla, dove mai avremmo voluto riceverti, dove tu hai deciso di entrare.

Dalle stelle alla stalla per te il passo è breve, perché ogni luogo è la tua casa, e grandezza e povertà bruciano insieme nel fuoco della tua compassione.

Noi, gente di questa terra che tu ami e consoli, ti prendiamo tra le braccia, ti stringiamo e proviamo a cullarti, stella che non perde splendore, povero bimbo adagiato in una stalla, tra le pieghe del nostro cuore inquieto”.

(da “Il tuo posto nel presepe” di D.Caldirola e A.Torresin )

giovedì 7 dicembre 2023

Il Natale sei tu

 

Il Natale – si legge in un messaggio di auguri attribuito a Papa Francesco per le Sante Feste 2014 – di solito è una festa rumorosa: ci farebbe bene un po’ di silenzio per ascoltare la voce dell’Amore.

Natale sei tu, quando decidi di nascere di nuovo ogni giorno e lasciare entrare Dio nella tua anima.

L’albero di natale sei tu quando resisti vigoroso ai venti e alle difficoltà della vita.

Gli addobbi di natale sei tu quando le tue virtù sono i colori che adornano la tua vita.

La campana di natale sei tu quando chiami, congreghi e cerchi di unire.

Sei anche luce di natale quando illumini con la tua vita il cammino degli altri con la bontà, la pazienza, l’allegria e la generosità.

Gli angeli di natale sei tu quando canti al mondo un messaggio di pace di giustizia e di amore.

La stella di natale sei tu quando conduci qualcuno all’incontro con il Signore.

Sei anche i re magi quando dai il meglio che hai senza tenere conto a chi lo dai.

La musica di natale sei tu quando conquisti l’armonia dentro di te. Il regalo di natale sei tu quando sei un vero amico e fratello di tutti gli esseri umani.

Gli auguri di Natale sei tu quando perdoni e ristabilisci la pace anche quando soffri.

Il cenone di Natale sei tu quando sazi di pane e di speranza il povero che ti sta di fianco.

Tu sei la notte di Natale quando umile e cosciente ricevi nel silenzio della notte il Salvatore del mondo senza rumori ne grandi celebrazioni;

tu sei sorriso di confidenza e tenerezza nella pace interiore di un natale perenne che stabilisce il regno dentro di te.

Un buon natale a tutti coloro che assomigliano al natale.”