"io sono qui per continuare ad imparare"

Una frase, un ringraziamento, un pensiero, una poesia, una nota citazione, una preghiera, una testimonianza che trattano i temi fondamentali della vita (che chiamerò "riflessioni") possono, qualche volta, tracciare un solco positivo nel cuore e in alcuni casi diventare motivo di stimolo, speranza, conforto, sostegno. Se alle mie "riflessioni" aggiungerete le vostre, condivideremo anche con altri qualche prezioso suggerimento, come meditazione sulla realtà del vivere quotidiano.


mailto:g.enrica.g@gmail.com
http://www.youtube.com/enricasignorag
http://www.facebook.com/enrica.giulio.sciandra



lunedì 11 aprile 2011

Preghiera per la Domenica “delle Palme” ambrosiano A ”l’unzione di Betania” Gv 12,1-11


Signore Gesù,
è inesprimibile la gioia che proviamo
nel contemplare il gesto stupendo di Maria.
Ci pare di respirare anche noi
la bontà di quel profumo
che voleva esprimere, più di tante parole,
una gratitudine immensa
per quello che avevi saputo dare
e una pietà immensa
per quello che eri pronto a soffrire.
Accettando questo gesto,
così audace e delicato,
tu hai esaltato la gioiosa ebbrezza della gratuità
che ubbidisce non alle norme convenzionali,
ma all'impulso del cuore
e alla folle dismisura dell'amore.
Fossimo anche noi capaci di non calcolare mai,
ma di compiere, con la leggera scioltezza dell'affetto,
ciò che può sembrare un inutile spreco,
mentre rappresenta la poesia
più alta e più pura della vita
senza la quale
non fiorirebbe più alcun sorriso.
Signore Gesù,
donaci il cuore grande di Maria,
le sue mani compassionevoli e premurose,
qualcosa almeno
della sua straordinaria sensibilità
per poter compiere anche noi,
tutte le volte che vieni a sederti
alla nostra mensa,
i gesti semplici e luminosi
che abbelliscono
la nostra quotidiana esistenza
e la inondano già del profumo
 della tua vita risorta.
Amen.
(Pozzoli)

Riflessione Domenica “delle Palme” ambrosiano A ”l’unzione di Betania” Gv 12,1-11


FEDE CHE E’ AMORE…FINO ALLO SPRECO
Una donna ci introduce alla passione, e Gesù interpreta il suo gesto come un’anticipazione della propria imbalsamazione. Da questo momento in avanti, facciamo attenzione alla presenza delle donne: mentre quasi tutti gli uomini fanno una pessima figura durante la passione, quasi tutte le donne, al contrario, danno un sublime esempio di fedeltà, di coraggio e di dedizione a Gesù.
Il racconto ruota su due gruppi di persone. Da una parte, i sommi sacerdoti, gli scribi, Giuda e tutti gli altri. Dall’altra, Gesù solo con la donna. e la donna in silenzio e sola con Lui.
I due gruppi di persone e di parole esprimono due economie opposte.
Da una parte c’è quella dell’egoismo che si impadronisce, compra, vende, calcola e uccide, adirandosi e dando fastidio. È l’economia dell’uomo.
E con queste parole si può scrivere tutta la storia umana
Dall’altra c’è quella dell’amore che dona in gratuità e spreca follemente. È l’economia di Dio.
Gesù sta terminando il suo cammino. Dopo aver dato tutto ciò che ha, dà tutto ciò che è.
Maria e Giuda. Due volti, due sguardi, due cuori, due sensibilità.
Due modi di essere di fronte a Gesù che spesso si confondono anche in noi.
A volte siamo presi da un entusiasmo sincero verso la figura di Gesù che ci porta a voler dare il nostro tempo, il nostro cuore, la nostra intelligenza, il nostro portafoglio, a voler dare anche la nostra vita per lui.
Altre volte ci riscopriamo incapaci a rinunciare ai nostri piccoli egoismi, fosse anche per Gesù in persona, vivo e visibile qui davanti a noi.
Maria amava Gesù, aveva fede in Lui. Per Lui spreca qualcosa di veramente prezioso senza pensare a ciò che stava sprecando, ma soltanto amando colui per il quale lo stava sprecando: dimostra la sua fede e il suo amore con un gesto, agli occhi di chi non ha fede, folle scriteriato..
Forse nessuno aveva ancora compreso chiaramente la fine ignobile che aspettava Gesù. Nessuno. Ma Maria comprese perché amava molto Gesù, e chi ama molto capisce molto
In contrasto con il gesto della donna, il tradimento di Giuda.
Che una donna si avvicinasse a un rabbi, a un maestro, e osasse accarezzargli i piedi versandovi del profumo era qualcosa di scandaloso che doveva urtare la sensibilità comune.
Giuda preoccupato solo per se stesso. Per lui non ha senso lo spreco perché non ama, perché non ha fede in Gesù, perché non riponeva il Lui la sua fiducia, ma soltanto in se stesso, incapace di dare uno spicciolo di tempo, cuore intelligenza portafoglio e vita.
Ma il denaro non è il vero motivo del suo comportamento.
Giuda è geloso. La gelosia svia l'amore.
L'atto stesso del suo tradimento consisterà in un gesto che normalmente esprime l'amore: un bacio.
"A che pro questo spreco?” Queste parole nei confronti della donna esprimono lo stesso sentimento di sgomento davanti alla Passione del Signore: perché questo spreco d'amore?.
In tutto il Vangelo, il gesto compiuto dalla donna è l’unico che Gesù gradisce e approva senza riserve. Solo Lui capisce lei e solo lei capisce Lui.
I francesi parlerebbero di esprit de finesse che non ha l'equivalente nella nostra lingua: noi potremmo parlare di garbo, di amabilità, di delicatezza, di senso delle sfumature...
Quanto fa questa donna è figura di quanto farà Gesù sulla croce: il vaso del suo corpo sarà rotto e ne uscirà per tutta la terra il profumo di Dio.
Come l’amore, il profumo di sua natura non può non donarsi.
Gesù gioisce anche oggi, quando ci accorgiamo della sua presenza per lui siamo disposti a sprecare qualcosa d’importante
Che cosa ci chiede di sprecare Gesù? Non importa cosa, non importa se e quanto dobbiamo dare a Gesù: tempo? denaro? ferie? affetti? stima di noi? Importa prima di tutto dare il nostro cuore. Importa affidare a lui tutta la nostra vita, perché in Lui abbiamo scoperto la perla preziosa. Ancora oggi Gesù sta per essere condannato a morte, da tante persone che non lo hanno riconosciuto per quello che veramente è, e cioè il loro Salvatore. Gesù ha bisogno del nostro cuore, ha bisogno del nostro profumo, delle nostre boccette preziose che tanto gelosamente teniamo nell’armadietto del nostro egoismo.
DI FRONTE A GESU’ NON SI PUO’ RESTARE INDIFFERENTI, GESU’ CI SPINGE NECESSARIAMENTE A PRENDERE POSIZIONE.
(Padre Anzilieri-Pedron-Pozzoli-Fausti)

VANGELO SEC. GIOVANNI 11,55-57;12,1-11

In quel tempo. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».
Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché essi potessero arrestarlo.
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti.
E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali.
Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo.
Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?».
Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti.
I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Bibbia CEI 2008 

sabato 9 aprile 2011

Ho bussato alla tua porta

Ho bussato alla tua porta
ho bussato al tuo cuore
per avere un letto
per avere del fuoco
perché mai respingermi?
Aprimi fratello!

Perché domandarmi
se sono dell’Africa
se sono dell’America
se sono dell’Asia
se sono dell’Europa?
Aprimi fratello!

Perché domandarmi
quant’è lungo il mio naso
quant’è spessa la mia bocca
di che colore ho la pelle
che nome hanno i miei dèi?
Aprimi fratello!

Io non sono nero
io non sono rosso
io non sono giallo
io non sono bianco
non sono altro che un uomo.
Aprimi fratello!


Aprimi la porta
aprimi il tuo cuore
perché sono un uomo
l’uomo di tutti i tempi
l’uomo di tutti i cieli
l’uomo che ti somiglia!
 René Philombé

giovedì 7 aprile 2011

Vess milanes...(Essere milanese)

Un albanese, un egiziano e un milanese sono in un bar a bere insieme.
L'albanese beve la sua birra e all'improvviso lancia il bicchiere in aria impugna una pistola e spara colpendo il bicchiere...
Poi dice: "In Albania i bicchieri costano così poco che non utilizziamo mai lo stesso bicchiere due volte!"
L'arabo (ovviamente impressionato dell'azione dell'amico albanese) beve il suo thé alla menta, lancia il suo bicchiere in aria, tira fuori la pistola, spara frammentando il bicchiere ancora in volo e dice: "In Egitto abbiamo così tanta sabbia per produrre vetro che non dobbiamo mai usare due volte lo stesso bicchiere".
Il milanese fa finta di niente, alza la sua birra e la beve con gusto, lancia il bicchiere in aria, impugna il fucile da caccia e spara all'albanese e all'egiziano.
Poi uscendo dal bar dice al barista: "A Milan ghem inscì tanti estracomunitari, che bevum mai do volt cun i stess!" " (A Milano abbiamo così tanti extracomunitari che non beviamo mai due volte con gli stessi!)

mercoledì 6 aprile 2011

La luna "regina della notte" (così influenza la natura e gli uomini)

Dalla semina alle maree, dalla crescita dei capelli alla fecondità: ecco come la regina della notte "agisce" sul nostro pianeta.
La luna, «regina della notte», oltre a interessare gli astrologi è stata l'«orologio» di centinaia di generazioni contadine che osservavano le sue fasi per misurare il tempo.
Se il calendario lunare è ormai caduto in disuso, sono ancora in tanti a riconoscere alla luna la capacità di influenzare i fenomeni naturali e gli stessi ritmi della natura umana.
Vediamo allora come si esercita questo influsso.
Semina: la luna crescente è ideale per seminare le verdure che devono crescere verso l'alto; ma se la pianta deve rimanere bassa come l'insalata, o se si mangia la parte che sta sotto terra, come per le cipolle e le carote, la semina deve avvenire in luna calante.
Potatura: la «luna buona» è quella calante, che con la sua luce ricca di raggi rossi ha un effetto cicatrizzante su rami e tronchi.
Vino: va imbottigliato una settimana prima della luna nuova per evitare che continui a fermentare in bottiglia.
Conserve: i pomodori da mettere sotto vetro si raccolgono nei giorni in cui la luna è piena; quando invece è calante si preparano le conserve, che altrimenti tendono a diventare acide.
Maree: la forza di attrazione gravitazionale della luna solleva la superficie dei mari e degli oceani.
Comportamento umano: le statistiche rilevano un aumento dei casi di aggressione, omicidio e suicidio nelle notti di plenilunio.
Capelli: secondo la tradizione vanno tagliati quando la luna è in fase calante, così si irrobustiscono e non ricrescono in fretta.
Ciclo mestruale: ha la stessa durata media del mese lunare, e spesso il suo inizio coincide con la luna nuova o piena.
Fecondità: oltre all'ovulazione, è stato ipotizzato un periodo fertile in corrispondenza del «compleanno lunare», cioè quando la luna attraversa la stessa fase in cui è nata la donna.
Nascite: secondo le statistiche raggiungono la massima frequenza nell'ultima settimana di luna calante.

Ma come fa a riconoscere le fasi lunari chi non ha mai aperto un libro di astronomia?
La tradizione popolare ci viene in aiuto con un vecchio detto: «Gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante».
All'inizio del mese lunare (novilunio) la luna è invisibile e si dice che è «nuova».
Il primo spicchio a essere illuminato è la”gobba a ponente”, cioè il lato rivolto verso ovest, dove tramonta il sole: è la fase crescente.
Poi lo spicchio continua a crescere, diventa una mezzaluna dopo una settimana (primo quarto) e dopo due settimane la luna è piena (plenilunio).
E’ allora che inizia la fase calante: l'ombra comincia a «mangiare» il disco lunare, sulla parte rivolta a ovest, lasciando intatta la «gobba a levante», cioè il lato che guarda a est, dove sorge il sole.
Al termine della terza settimana rimane solo una mezzaluna (ultimo quarto) e, dopo 7 giorni, scompare anche l'ultimo spicchio: è ancora novilunio.
Ma se questo sembra complicato, c'è un trucco più semplice.
Basta ricordare che la luna è «bugiarda»: se la forma ricorda la C, iniziale di «crescere», in realtà decresce, cioè è in fase calante; se è una D, cresce.

martedì 5 aprile 2011

Il vero amore è l'accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà e non sarà...

Era una mattinata movimentata, quando un anziano gentiluomo di un'ottantina di anni arrivò per farsi rimuovere dei punti da una ferita al pollice.
Disse che aveva molta fretta perché aveva un appuntamento alle 9.00.
Rilevai la pressione e lo feci sedere, sapendo che sarebbe passata oltre un'ora prima che qualcuno potesse vederlo.
Lo vedevo guardare continuamente il suo orologio e decisi, dal momento che non avevo impegni con altri pazienti, che mi sarei occupato io della ferita.
Ad un primo esame, la ferita sembrava guarita: andai a prendere gli strumenti necessari per rimuovere la sutura e rimedicargli la ferita.
Mentre mi prendevo cura di lui, gli chiesi se per caso avesse un altro appuntamento medico dato che aveva tanta fretta.
L'anziano signore mi rispose che doveva andare alla casa di cura per far colazione con sua moglie.
Mi informai della sua salute e lui mi raccontò che era affetta da tempo dall'Alzheimer.
Gli chiesi se per caso la moglie si preoccupasse nel caso facesse un po' tardi.
Lui mi rispose che lei non lo riconosceva già da 5 anni.
Ne fui sorpreso, e gli chiesi:
"E va ancora ogni mattina a trovarla anche se non sa chi è lei?"
L'uomo sorrise e mi batté la mano sulla spalla dicendo:
"Lei non sa chi sono, ma io so ancora perfettamente chi è lei..."
Dovetti trattenere le lacrime... Avevo la pelle d'oca e pensai:
Questo è il genere di amore che voglio nella mia vita".

Il vero amore non è né fisico né romantico.
Il vero amore è l'accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà e non sarà...
(www.pensieridelgufo.it)




Sempre...non ha tempo...Sempre è finche il cuore batte..finché respiri...finché non chiudi gli occhi per la vita..finché potrai svegliarti al mattino e addormentarti la sera.. Non importa dove..come...Sempre..resta come un marchio a fuoco...inciso nei giorni della vita...quando ami...cuore mio è per Sempre...Non c'è un tempo non c'è un fine, lui ama e basta.. è lui che decide è lui che comanda.. quel cuore che batte freme rinvigorisce trema sussulta ...

lunedì 4 aprile 2011

“Lazzaro: l’amicizia nella Bibbia” di M. Garzonio

Può risultare stonato parlare di “amico” e di “amicizia”, che rinviamo a una radice comune con il termine “amare”, vale a dire “volere bene” letteralmente: desiderare “il bene” di qualcuno e per qualcuno, non necessariamente il proprio; impegnarsi, darsi da fare perché si verifichino le condizioni necessarie al suo conseguimento.
Termini tutti che, in qualche modo, implicano significati contigui, quali “essere prossimo”, “vicino”, “simile”, per certi versi anche “compatriota”. E ciò in un’epoca in cui sembrano invece farla da padrone e particolarismi, gli egoismi, le prevaricazioni, le piccole furbizie, gli arrangiamenti. Gradino di una escalation pericolosa, che porta alle violenze, ai conflitti, ai razzismi, al tuono dei cannoni e al devastante potere omicida delle granata…Senza addentrarsi qui in questioni esegetiche, basta ricordare che attraverso la risurrezione dell’”amico” Lazzaro (Lazzaro è l’unico di cui il Nuovo Testamento dice esplicitamente quell’appellativo riferito ai rapporti con il Nazaret), Gesù offre ai Giudei e al mondo intero il “segno” ultimo e più grande: rende visibile quella che sarà successivamente la sua risurrezione, per poter preparare i seguaci e il popolo, per far sì che tale mistero sia accessibile e comprensibile. Il filone si presenta molto coerente. Quasi allo stesso modo il Signore stringe l’alleanza con l’ “amico” Abramo, quando gli restituisce il figlio Isacco. Come, ancora, in maniera simile il Signore consente a Mosè di stargli di fronte (come possono stare due persone amiche), nel momento in cui gli affida la Legge…
La lunga escursione di Lazzaro tra ricostruzioni e associazioni, si articola in sette momenti, che, figurativamente, corrispondono ad altrettante tappe ideali di un’amicizia…
Schematicamente si può riassumere l’itinerario secondo le seguenti tappe:

1) L’attesa
“Signore, ecco, il tuo amico è malato”.

2) Il silenzio
“Si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava”.

3) Il patto tenero
“Il nostro amico Lazzaro si è addormentato; ma io vado a svegliarlo”.

4 ) Il conflitto e il tradimento
“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”.

5) La testimonianza e la vocazione
“Lazzaro, vieni fuori!”.

6) La separazione
“Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico fra i giudei”.

7) La nostalgia
“Sei giorni prima della Pasqua andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva resuscitato dai morti”.

L’amicizia è un unicum, il risultato, la sintesi di tutti questi elementi presi unitariamente, nel loro complesso. Un’immagine globale. Ma, insieme, essa è la meta, cioè il traguardo, che un individuo riesce a raggiungere: il suo modo di mettersi in rapporto con l’altro. E però essa è anche l’itinerario soggettivo che una persona compie, passando attraverso quelle tappe, come fossero stazioni intermedie, di un cammino progressivo. Se non si hanno presenti queste tre facce, distinte, presa ciascuna per sé, ma intimamente correlate, riesce difficile farsi un’idea della realtà complessa di una relazione umana.
I capitoli del libro sono il modo per ripercorrere il processo di consapevolezza, che idealmente Lazzaro acquisisce, riandando agli snodi dell’esperienza da lui attraversata e per alcuni versi percorsa da altri protagonisti della storia di Israele. Lui, per tradizione muto, nel volume parla, nel senso che dà conto dei vissuti a mano a mano suscitati dalla progressiva presa di coscienza, di quanto è accaduto duemila anni fa in Palestina e a Betania in particolare.
Ecco l’attesa, come primo gradino: la predisposizione, quale atteggiamento gratuito, diverso quindi dall’aspettativa, cioè dall’intenzionalità di certi gesti e del “ritorno” messo in conto da una nostra iniziativa.
E poi il silenzio, termine paradossale nella civiltà dei rumori, eppure condizione necessaria perché qualcosa nasca e via obbligata per chi vuole ritrovarsi e quindi mettersi in relazione significativa con uomini e cose.
Segue il patto tenero, a sottolineare che o v’è un’intesa che lega i soggetti e in qualche modo obbliga, oppure non si danno condizioni per vivere un’intesa (l’aggettivo “tenero” sta a dire il sentimento che accompagna e umanizza, stemperando e insieme arricchendo la solennità dell’impegno reciproco).
Conflitto e tradimento rappresentano l’esperienza drammatica del lato oscuro (ogni sentimento positivo contiene in sé i germi del contrario: lealtà/infedeltà, armonia/dissonanza, e così via), l’elemento dialettico, attraverso cui passa l’uomo, per sé, rispetto ai suoi simili, e nei suoi rapporti con Dio.
Mentre testimonianza e vocazione costituiscono il momento della verità, la sintesi fra ciò che precede: il quinto gradino, o passaggio, in cui Gesù stesso nella vicenda di Betania chiama a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”; trae fuori l’amico dal sepolcro, dell’oscurità della morte, dalle tenebre.
Gli ultimi due punti, la separazione e la nostalgia, sono l’epilogo. Dopo la chiamata (anzi, in virtù di questa), ciascuno individua il proprio compito nel mondo, la sua vocazione, come si diceva, una volta con espressione di cui si ha paura in un’epoca come la nostra, dove si fa una gran fatica ad assumere impegni veri, seri, in ogni e qualunque direzione: familiare, affettiva, sociale. Insomma, uno impara ad andare per la propria strada, sulle proprie gambe. Certo, portandosi dentro lo struggimento per la persona che non ha più al suo fianco, ma senza ripiegarsi in maniera infeconda su se stesso e sul passato; con rimpianto, ma cercando di trarre energie e ragioni sufficienti per proseguire anche dalle ferite provocata dal distacco e dalla privazione.
Il cammino di Lazzaro, dunque, come percorso esemplare. Riproposizione emblematica di una storia di ieri e insieme indicazione prospettica, sapiente metafora per l’oggi. L’uomo che muore, che non sa o che non capisce appieno il progetto di cui è al centro, e Gesù che discende agli Inferi (come proclama il Credo nella versione del Simbolo Apostolico), da dove lo trae fuori, per ricondurlo alla luce.

Appunti tratti dal libro “Lazzaro: l’amicizia nella Bibbia” di Marco Garzonio (ediz. Paoline)

Morte e Fede (Enzo Bianchi)


«II mondo moderno è riuscito a svilire la cosa che forse è più difficile svilire in assoluto, perché ha in sé una specie particolare di dignità: la morte». Charles Péguy (1907
Queste osservazioni fanno riflettere anche noi che, a distanza ormai di quasi un secolo, vediamo che nelle società occidentali la morte appare rimossa e, al contempo, spudoratamente esibita; resa oscena, cioè scacciata dalla scena dei vivi, estraniata dal mondo delle relazioni sociali, e spettacolarizzata, rappresentata impietosamente, quasi in un rito di esorcizzazione collettiva officiato dai mass media. Una società narcisistica cerca di rimuovere la memoria dei limiti, e anzitutto quell'evento, la morte, che ha il potere di annichilire tutti i deliri di onnipotenza dell'uomo. Ma in questa operazione anestetica si dimentica che noi ci priviamo dell'elemento che maggiormente ci aiuta a comprenderci, che costituísce il «caso serio» della vita, l'enigma che, nella sua irriducibilità, può divenire rivelazione, aprire squarci di senso sulla vita e, soprattutto, far uscire l'uomo dalla banalità e dalla mediocrità in cui spesso si rinchiude.
«Quando l'uomo vuol comprendersi, deve interrogarsi sulla morte» (E. júngel) e deve lasciar dispiegare la potenza scandalosa dell'interrogativo che la morte pone ed è.
Come non ricordare che la presa di coscienza della morte, attraverso la visione di un uomo morto, è stato l'elemento decisivo, dopo la presa di coscienza della malattia e della vecchiaia, che ha segnato l'iniziazione alla via dell'illuminazione per il Buddha? E anch'egli, allora giovane principe vissuto sempre nei palazzi regali e protetto dalla cura paterna che lo voleva preservare dalla visione del male del mondo, ha dovuto superare le barriere frapposte da questa volontà anestetizzante alla sua presa di coscienza della realtà della condizione umana.
I cristiani, che al cuore della loro fede hanno l'evento della morte del Signore e della sua resurrezione, hanno una responsabilità nel tener viva la memoria mortis tra gli uomini.
Solo chi ha un motivo per cui morire, ha anche motivazioni per vivere! E solo chi impara a perdere, ad accettare i limiti dell'esistenza, sa farsi amica la morte.
La morte del Cristo ci insegna a morire e poi a vivere. Essa, infatti, appare non come un fato, un destino subito, ma come un atto, l'evento culminante della vita. E appare vivificata dall'amore, l'amore di Dio per gli uomini; la divina passione di amore che diviene passione di sofferenza nella morte del Figlio per amore.
Un’esperienza che noi facciamo della morte è connessa alla morte delle persone amate: con la loro morte muore anche qualcosa di noi. E se l'amore è ciò che dà senso alla vita, esso ci. porta perfino a considerare «evidente e logico» il perdere la vita per amore di un altro. Noi conosciamo e patiamo qualcosa della morte a misura del nostro amore, ma la morte è anche ciò che può mettere fine ai nostri amori, troncandoli da un momento all'altro. Risulta semplicemente disumana l'attuale sottrazione della morte al morente negli ospedali: oggi, annota Norbert Elias, si muore molto più igienicamente che nel passato, ma anche molto piu soli.
Il cristiano, che non pone la sua fede nell'immortalità, ma nella resurrezione da morte, sa che la sua fede non salta, ma traversa la lacerazione della morte, e sa che questa lacerazione drammatica è assunta in Dio. Sa che la morte non è solo una fine ma anche un compimento. Ed egli impara a vivere la morte come atto nella preghiera, nel donare tempo, cioè vita, a Dio nella preghiera. E’ anzitutto lì che la «nemica» morte può essere vissuta come vita per e con Dio così da essere resa «sorella».
Vi è una sapienza che nasce dal «contare i giorni» (Salmo 90,12) cioè dall'assumere serenamente la limitatezza dei giorni, la dimensione della temporalità e la morte.
Il credente può arrivare a vivere in modo pacificato e sereno tale accettazione, fondandosi sulla fede nel Dio che, come l'ha chiamato alla vita, così lo chiama a sé attraverso la morte: «Tu fai tornare l'uomo alla polvere quando dici: Figli di Adamo, ritornate!» (Salmo 90,3).
La fede cristiana è anche una grande lotta contro la morte, e in particolare contro la paura della morte «che rende schiavi gli uomini per tutta la vita» (Ebrei 2,15).
Una lotta, non una rimozione; una lotta, perché la morte presenta sempre un volto nemico e ostile; una lotta in Cristo, perché molte maniere con cui noi cerchiamo di fuggire l'angoscia della morte sono peccaminose e. idolatriche. Una lotta sostenuta dalla fede che non la morte ha l'ultima parola, ma Dio stesso e il suo amore, quell'amore che attraverso la morte introduce alla vita eterna.
tratto: "Le parole della spiritualità" di Enzo Bianchi 

http://www.monasterodibose.it/content/view/30/105/

Riflessione sulla Quinta domenica di Quaresima ambrosiana A (di Lazzaro) Gv 11,1-45


Il primo messaggio di questo lungo racconto di Giovanni riguarda la calda umanità di Gesù.
A Betania, in quella famiglia, Gesù si trovava bene:”Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro” Era un amore di predilezione, che è tipico di ogni vera amicizia. Ciò che l'amore non può permettersi è solo quella forma di predilezione che porta a ignorare gli altri, a non vedere le loro qualità
Trovo e condivido questa osservazione: «Non dobbiamo aver vergogna delle nostre predilezioni e delle nostre amicizie (...)
Un cuore non è mai una bilancia o un contatore. Nel cuore di Gesù, Lazzaro e le sue due sorelle pesavano di più» (A. Maillot).
Si tratta di una vicenda in cui si intrecciano situazioni e sentimenti che costituiscono il tessuto normale della nostra esistenza: l'amicizia e la separazione, lo sconforto e la speranza, la preghiera e le lacrime.
Gesù non nasconde i suoi sentimenti: si turba, freme, piange e poi, davanti al sepolcro, grida.
Il pianto in certi momenti è l'unico linguaggio che il cuore si può permettere.
Il nostro Salvatore - ci ripete oggi il vangelo - ha un cuore, ha delle lacrime; non sta al di là della nostra umanità, ma è pienamente partecipe, aderisce alla vita.
Dopo ciò che ho detto è inspiegabile per noi il fatto che Gesù, una volta informato della malattia dell'amico, lasci passare due giorni prima di muoversi.
Se Gesù fosse subito accorso, avrebbe guarito Lazzaro, l'avrebbe restituito alla condizione di prima. Ma Gesù non è colui che porta una semplice guarigione: è colui che porta la risurrezione, che è una vita nuova.
Essere guariti vuol dire ridiventare ciò che si era prima di essere malati. Risorgere vuol dire diventare non «come prima», ma «come dopo», non come eravamo, ma come saremo.
La tomba è la culla di una nuova nascita. La morte lascia il posto a una nuova vita.
La buona notizia portata a Betania da Gesù è dunque quella della risurrezione.
La cosa più grande in questo racconto, il vero miracolo, è la fede.
Il personaggio centrale - a parte Gesù - non è Lazzaro, bensì Marta, con la sua stupenda professione di fede: «Sì, Signore, io credo fermamente che tu sei il Messia, il Figlio di Dio, quello che doveva venire nel mondo». Non era facile credere in Gesù risurrezione e vita quando attorno a lui sí stava tramando per metterlo a morte. Non era possibile d'altra parte non credere vedendo quale forza di vita esprimeva con il suo amore.
Da questo punto di vista la vera risurrezione narrata da questo vangelo di Giovanni è la risurrezione di Marta: è lei che, per aver creduto, prende a vivere da risorta.
Evidenzio una tra le tante domande provocatorie inserite in questo brano: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?»
Gesù non voleva risolvere i nostri problemi moltiplicando i miracoli. E’ significativo che i miracoli narrati da Giovanni non siano chiamati miracoli, ma segni.
Con il miracolo compiuto a Betania voleva far capire che nel mondo, più forte della legge della morte, c'è la legge della risurrezione. In questo racconto ci pare di leggere la verità della nostra vita, soprattutto quando essa è costretta a misurarsi con la morte
Ci sono però nel vangelo altri messaggi che sono più difficili da capire perché rivelano non solo i tratti umani di Gesù, ma qualcosa di più segreto: il suo misterioso rapporto con la vita che è nascosta in Dio.
E’ significativo che Gesù non dica solo: «Io sono la risurrezione», ma: «Io sono la risurrezione e la vita».
Non dice «lo dispongo della risurrezione», ma usa quell'espressione «lo sono», che nella Bibbia è propria del rivelarsi di Dio. Risurrezione è vita nella vita stessa di Dio.
Si comprendono meglio anche le parole che Gesù pronuncia presso la tomba di Lazzaro quando, riferendosi alla folla dei presenti, confida al Padre un desiderio: «perché credano che tu mi hai mandato».
E continua: «Grazie, Padre, per avermi ascoltato ». Il testo non dice che Gesù preghi e, di fatto, il verbo «pregare» in Gv non appare mai. Gesù non esprime nemmeno una petizione. Rende grazie al Padre, che gli ha dato tutto (3,35). Per questo non ha bisogno di chiedere. È la seconda volta che Gesù pronuncia un'azione di grazie. La prima volta (6,11) ne furono oggetto i beni creati, l'alimento già esistente; rese grazie per il pane, dono di Dio a tutti, che egli stava per spartire rendendosi mediatore del dono. Ma il pane esprimeva e conteneva il dono che Gesù fa di se stesso, come pane che comunica la vita definitiva (6,51). Ora rende grazie per questa vita comunicata.
Se c'è un miracolo che dobbiamo incessantemente invocare è quello dí poter credere.
Dovremmo dire al Signore: «Signore, fa' che possa credere alla bellezza delle tue lacrime, nella verità delle tue parole, alla forza del tuo amore. Le tue lacrime sono un segno che anche Dio soffre dentro ogni nostra sofferenza. Le tue parole trovano una risonanza profonda nel nostro bisogno di vita e di libertà. Ma è soprattutto il tuo amore che ci porta a riconoscere la verità delle tue parole: per far risorgere un amico sei andato incontro alla morte, e attraverso questa morte accettata per amore hai preparato la tua e la nostra risurrezione».

Memento mori: «ricordati che devi morire», ha ripetuto per secoli la tradizione cristiana, dimenticando che questa parola è più pagana che cristiana.

La parola cristiana è un'altra: «Ricordati che devi risuscitare». Ricordati che puoi risuscitare già ora e che puoi diventare un operatore di risurrezione combattendo la morte in te e negli altri, smascherando tutte le complicitá con la morte, aiutando tanti fratelli a uscire dai loro sepolcri, uniti tutti a Cristo che ha vinto e vincerà la morte.
(appunti presi da diversi esegeti)

VANGELO SEC. GIOVANNI 11,1-45
In quel tempo, era malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Quand’ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce». Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s’è addormentato, guarirà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».
Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama». Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là». Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: «Dove l’avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?». Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dài ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui.
Bibbia CEI 2008

sabato 2 aprile 2011

Preghiera per la quinta domenica di Quaresima ambrosiana A (di Lazzaro) Gv 11-1-45


Signore Gesù,
le lacrime delle sorelle  e degli amici di Lazzaro
sono le nostre lacrime,
quando la morte ci separa
da una persona che abbiamo molto amato.
Dove trovare il coraggio di riprendere fiducia
vincendo quel senso di solitudine e di vuoto
che rinchiude anche noi
nell'oscurità di un sepolcro?
Non abbiamo bisogno di belle parole,
ma di calda amicizia e di umana pietà.
Signore, volto umano di Dio,
volto divino dell'uomo,
oggi le tue lacrime
ci hanno molto commosso
perché ci parlano di un Dio
che condivide nell'amore
le nostre situazioni di paura e di sconforto.
Vieni a rivelarti di nuovo
come risurrezione e vita
per ogni esistenza spenta e senza speranza.
Chiamaci per nome
fuori dai nostri sepolcri,
scioglici dalle nostre paure,
donaci il tuo amore perché solo l'amore
può arricchire la nostra vita
di continue risurrezioni,
di fervori e di speranze,
di quella pace indicibile
che è il segno del divino
dentro i limiti dell'umano.
Rendici sempre vivi nel nostro intimo
mediante i legami meravigliosi dell'amicizia,
perché, solo se siamo vivi interiormente,
siamo vivi per sempre.
Amen.
(Pozzoli)