"io sono qui per continuare ad imparare"

Una frase, un ringraziamento, un pensiero, una poesia, una nota citazione, una preghiera, una testimonianza che trattano i temi fondamentali della vita (che chiamerò "riflessioni") possono, qualche volta, tracciare un solco positivo nel cuore e in alcuni casi diventare motivo di stimolo, speranza, conforto, sostegno. Se alle mie "riflessioni" aggiungerete le vostre, condivideremo anche con altri qualche prezioso suggerimento, come meditazione sulla realtà del vivere quotidiano.


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mercoledì 21 novembre 2012

Non rimanere soli con la propria ferita


Quando ci è stato fatto del male,
la nostra maggior sofferenza deriva, talvolta,
dal fatto che siamo soli a sopportarla....
Questa sofferenza è ancora più acuta del male subito.
Nella pena si è sempre soli fino a un certo punto.
Anzitutto, perché nessuno la può sentire come noi;
in seguito, perché le ferite portano all’isolamento.
Il dolore si fa tanto più cocente,
quante più persone
sono al corrente dei nostri problemi.
Per un certo tempo
si aspirerebbe alla cella d’isolamento.

Ma non è forse possibile che la sofferenza esista
perché ci impegniamo, noi poveri mortali,
in relazioni di aiuto reciproco?
Perché non ci convinciamo
che abbiamo bisogno gli uni degli altri,
che non siamo in grado di uscirne da soli?
Colui che vuol poter perdonare,
non può restare solo con la sua pena.
Deve trovare qualcuno che non faccia la morale,
che non giudichi, che non lo compianga di più,
che non lo sommerga con buoni consigli,
che non abbia la pretesa
di liberarlo subito dal suo dolore
grazie a un colpo di bacchetta magica,
di qualche talento psicologico o altro.
Quale può essere questa perla rara?
Molto semplicemente qualcuno che ascolti.

Ma perché uno così è dunque necessario?
Perché, ascoltando, vi sottrae all’isolamento.
Voi aravate soli con la vostra pena;
adesso qualcun altro la conosce.
E questo è enorme.
Voi avete un socio nella vostra sfortuna, un alleato.
Per il fatto stesso che vi accoglie,
in effetti si lascia personalmente ferire
dal male che vi è stato fatto.

Ascoltare una vittima,
significa accettare che la freccia dell’ingiustizia
sia puntata sul proprio petto.
C’è ancora di più.
Per il fatto che è espressa,
la ferita è sia oggettivata
che ricondotta alle sue giuste dimensioni.
Diventa possibile determinare
con maggior precisione la propria posizione,
poiché si dispone di tre coordinate:
sé stessi, l’offensore e colui che ha ascoltato.

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