Giovanni Paolo II non ha mai vissuto la preghiera come una parentesi, un rifugio per anime fragili o un angolo sicuro dove nascondersi dal mondo.
Per lui, pregare era entrare nella storia con Dio, portare il peso degli uomini davanti al Cielo e riportare il Cielo dentro le ferite della terra.
Chi lo ha visto pregare racconta un silenzio che parlava.
Ore davanti al tabernacolo, notti inginocchiato, il corpo stanco e il cuore vigile. Non per evasione, ma per responsabilità. Perché Giovanni Paolo II sapeva che le grandi svolte della storia non nascono solo nei palazzi del potere, ma nelle coscienze che si lasciano plasmare da Dio.
La sua vita lo dimostra.
Ha pregato mentre il suo popolo era schiacciato dall’oppressione.
Ha pregato mentre il mondo tremava sotto il peso delle ideologie.
Ha pregato dopo l’attentato che avrebbe potuto spezzarlo, scegliendo il perdono invece dell’odio.
E proprio da quella preghiera sono nati gesti che hanno cambiato il corso del tempo: parole che hanno abbattuto muri, mani tese che hanno riconciliato popoli, una voce che ha restituito dignità all’uomo quando tutto sembrava perduto.
Giovanni Paolo II ci ha insegnato che pregare non significa smettere di lottare, ma lottare nel modo più alto.
Che la preghiera autentica non ci allontana dalla realtà, ma ci rende capaci di attraversarla senza perdere l’anima.
Che chi prega davvero non si sottrae alla storia, ma la assume, la soffre, la redime.
Per questo il suo pontificato non è stato fatto solo di discorsi, viaggi e incontri, ma di ginocchia consumate sul pavimento e di lacrime offerte in silenzio.
Perché prima di parlare al mondo, Giovanni Paolo II parlava a Dio.
E da lì nasceva la forza di dire: “Non abbiate paura”.
Oggi, nel rumore che ci confonde e nella fretta che ci svuota, il suo insegnamento resta attuale come una profezia:
se vuoi cambiare la storia, inizia in ginocchio.
Non per fuggire.
Ma per tornare più umano.
Più vero.
Più capace di amare.




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