"io sono qui per continuare ad imparare"

Una frase, un ringraziamento, un pensiero, una poesia, una nota citazione, una preghiera, una testimonianza che trattano i temi fondamentali della vita (che chiamerò "riflessioni") possono, qualche volta, tracciare un solco positivo nel cuore e in alcuni casi diventare motivo di stimolo, speranza, conforto, sostegno. Se alle mie "riflessioni" aggiungerete le vostre, condivideremo anche con altri qualche prezioso suggerimento, come meditazione sulla realtà del vivere quotidiano.


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giovedì 12 febbraio 2026

Amare portando il dolore dell’altro

 

Papa Leone XIV ha scelto il tema per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato, che si celebra l’11 febbraio 2026: “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore:
Dolce Madre, non allontanarti,
non distogliere da me il tuo sguardo.
Vieni con me ovunque
e non lasciarmi mai solo.
tu che sempre mi proteggi
come mia vera Madre,
fa’ che mi benedica il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.
Imparto di cuore la mia benedizione apostolica a tutti i malati, ai loro familiari e a quanti li assistono, agli operatori sanitari, alle persone impegnate nella pastorale della salute e in modo speciale a coloro che partecipano a questa Giornata Mondiale del Malato.
Dal Vaticano, 13 gennaio 2026





LEONE PP. XIV

16 anni unita con il mondo, grazie blogghisti

 



12 febbraio 2010 - 12 febbraio 2026
Grazie care/i amiche/ci blogghisti
per la visibilità dei 12000 post mensili.
Dedicato a Voi...
che in questo altro anno
siete state/i accanto
nel mio e vostro blog.
"Voglio solo il mio braccio sopra un altro braccio amico e spartire con altri occhi
quello che guardano i miei".
16 anni unita con il mondo, grazie blogghisti

martedì 20 gennaio 2026

Un colpo brutale che ha falciato vite e distrutto famiglie.













Ieri mi ha colpito fortemente — e confesso con un misto di tristezza e pudore — il modo in cui alcuni media intervistano gli interessati e i testimoni dell'incidente ferroviario. Sembrava che si cercasse, quasi con insistenza, che il dolore fosse verbalizzato in un certo modo, che qualcuno dicesse la frase esatta, il dettaglio più crudo, il grido più lacerato, come se solo così la tragedia raggiungesse la categoria di "notizia completa". Comprendo, ovviamente, il dovere di informare; fa parte del nobile mestiere giornalistico. Ma a volte ho la sensazione che, in questo sforzo di arrotondare il dramma, si faccia un magro favore alla professione e soprattutto alle persone che soffrono.

Non sono mancati nemmeno gli opinatori espressi, i todologi di guardia, sentenziando con aria grave che l'incidente poteva essere dovuto solo ai binari o ai treni. Come se avessero appena scoperto l'America o messo una picca nelle Fiandre. Chiaramente, esclusa la causa umana diretta, cosa rimaneva? L'ovvio. E nel frattempo, l'essenziale era in secondo piano: che, qualunque sia la causa, ciò che è accaduto è una disgrazia enorme, un colpo brutale che ha falciato vite e distrutto famiglie.
Finora i politici hanno mantenuto un tono serio, senza lanciarsi i binari alla testa. Magari durasse. Ma già emergono i primi tentativi di politicizzare anche il dolore, e questo rende ancora più triste. Ci sono momenti in cui un paese dovrebbe essere semplicemente una pigna, una comunità unita nel silenzio, nel rispetto e nel lutto. Eppure quell'anananas si rompe troppo presto per interessi che poco hanno a che fare con le vittime.
Personalmente, continuo a pensare a quella bambina che è rimasta orfana. In quel viaggio che sicuramente è iniziato carico di illusione e che si è concluso nel modo più crudele immaginabile. Tornare da sola, lasciando indietro i suoi genitori, suo cugino, suo fratello... Ci sono immagini che non hanno bisogno di aggettivi o analisi, perché dicono tutto da sole e ci disarmano.
Oggi scrivo questo con il cuore in un pugno. E posso chiedere solo una cosa semplice e profonda alla volta: rispetto, silenzio quando necessario e preghiera. Preghiamo per coloro che hanno perso la vita e, in particolare, per le loro famiglie, che stanno attraversando giorni di un dolore che non può essere misurato né spiegato. Accompagnarli, anche se a distanza, è il minimo che possiamo e dobbiamo fare.

post di padre Constantino Bada Prendes de La Granda  (Tino Bada)

Giovanni Paolo II preghiera nascosta












Giovanni Paolo II non ha mai vissuto la preghiera come una parentesi, un rifugio per anime fragili o un angolo sicuro dove nascondersi dal mondo.

Per lui, pregare era entrare nella storia con Dio, portare il peso degli uomini davanti al Cielo e riportare il Cielo dentro le ferite della terra.
Chi lo ha visto pregare racconta un silenzio che parlava.
Ore davanti al tabernacolo, notti inginocchiato, il corpo stanco e il cuore vigile. Non per evasione, ma per responsabilità. Perché Giovanni Paolo II sapeva che le grandi svolte della storia non nascono solo nei palazzi del potere, ma nelle coscienze che si lasciano plasmare da Dio.
La sua vita lo dimostra.
Ha pregato mentre il suo popolo era schiacciato dall’oppressione.
Ha pregato mentre il mondo tremava sotto il peso delle ideologie.
Ha pregato dopo l’attentato che avrebbe potuto spezzarlo, scegliendo il perdono invece dell’odio.
E proprio da quella preghiera sono nati gesti che hanno cambiato il corso del tempo: parole che hanno abbattuto muri, mani tese che hanno riconciliato popoli, una voce che ha restituito dignità all’uomo quando tutto sembrava perduto.
Giovanni Paolo II ci ha insegnato che pregare non significa smettere di lottare, ma lottare nel modo più alto.
Che la preghiera autentica non ci allontana dalla realtà, ma ci rende capaci di attraversarla senza perdere l’anima.
Che chi prega davvero non si sottrae alla storia, ma la assume, la soffre, la redime.
Per questo il suo pontificato non è stato fatto solo di discorsi, viaggi e incontri, ma di ginocchia consumate sul pavimento e di lacrime offerte in silenzio.
Perché prima di parlare al mondo, Giovanni Paolo II parlava a Dio.
E da lì nasceva la forza di dire: “Non abbiate paura”.
🙏
Oggi, nel rumore che ci confonde e nella fretta che ci svuota, il suo insegnamento resta attuale come una profezia:
se vuoi cambiare la storia, inizia in ginocchio.
Non per fuggire.
Ma per tornare più umano.
Più vero.
Più capace di amare.

dal post La Luce che non vedi

sabato 3 gennaio 2026

Pace 2026 capodanno

 

“La pace sia con tutti voi” è il titolo del 1° Messaggio consegnato da Papa Leone XIV – presentato il 18 dicembre presso la Sala Stampa Vaticana – per la Giornata con cui si apre il nuovo anno 2026. Sono le stesse parole le quali si è presentato al mondo il giorno della sua elezione al Pontificato, l’8 maggio 2025: “Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.

È un messaggio di luce quello di Papa Leone, in cui più volte emerge il contrasto fra tenebre e luce, perché “vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio”. E proprio perché, constatando la situazione internazionale, rischia di prevalere un senso di sconforto e di scoraggiamento, il Santo Padre anima a riconoscere la luce:

La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida ‘basta’, alla pace si sussurra ‘per sempre’. (…) Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura”.

Con le parole di Sant’Agostino, incoraggia ad “irradiarne tutt’intorno il luminoso calore”“Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso. Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile”.

Una pace disarmata

Inevitabile è l’accenno alla corsa agli armamenti, verso la quale, come il suo predecessore, Papa Leone ha espresso più volte il fermo dissenso anche di recente, rispondendo ai giornalisti. L’esempio a cui fa riferimento è quello di Gesù stesso nel momento in cui, difeso da Pietro, gli ordina di rimettere la spada nel fodero: La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici”.

Come già esprimeva San Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terram “gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono”. A sostegno di questa affermazione, il Santo Padre riporta con precisione i dati delle spese militari a livello mondiale, che sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale”.

La sfida contro il riarmo è anche educativa, in quanto purtroppo le politiche, anziché promuovere una “cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime”, attraverso i media e i programmi educativi “diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. E oltre a denuncia degli interessi economici e finanziari dei privati che spingono gli Stati verso politiche di morte, il Papa esorta anche a favorire “il risveglio delle coscienze e del pensiero critico” e ad “unire gli sforzi a per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica”.

Una pace disarmante

Ancora nell’Ottava di Natale, risuona particolarmente significativa l’apertura di questa sezione del Messaggio:

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme”.

Non si tratta di un incipit poetico e disincantato, quanto di un appello a prendere contatto con la propria umanità più profonda perché “Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore” (cfr At 2,37). Non basta allora ridurre o addirittura gli armamenti, è invece necessario procedere a un disarmo integrale – concetto introdotto per primo da San Giovanni XXIII – attraverso “il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza” e soprattutto alimentare la fiducia nell’essere umano, in quanto “il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia”.

“Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito”, diceva Papa Giovanni, ma va anche desiderato, e “un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente”, è vigilare “sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole”, oltre a “coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture” per essere come comunità “case di pace”: Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa”.

Al termine dell’anno giubilare, in prossimità della chiusura dell’ultima Porta Santa il 6 gennaio, quella di San Pietro, aperta da Papa Francesco il 24 dicembre 2024, il Messaggio termina con l’appello a “motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di atteggiamenti fatalistici” insieme alla mancanza di speranza e la sfiducia costante disseminate nella società odierna:

“Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse”.

lunedì 10 novembre 2025

Cristo Re dell'Universo

Signore effondi la tua misericordia

su questo mondo malato.

Aiuta i più deboli e dona a tutti la forza.

Amen

martedì 4 novembre 2025

Grazie nuova famiglia di Giuliana


 Il grazie per tutta la competenza e l'amore che donate instancabilmente.

A noi l'emozione con gratitudine a tutto il "Personale" del nucleo 3 Reparto S. Giovanni Sacra Famiglia. Cesano Boscone












venerdì 26 settembre 2025

Rosa di sera non diventa mai nera












L'ultima rosa rimasta del nostro compleanno. 

"Una rosa di sera non diventa mai nera...(dice una canzone)
Nonostante il male del mondo la speranza non può e non deve morire, proprio come una rosa, che quando scende il buio non cambia di certo il suo colore.

venerdì 6 giugno 2025

Una storia che insegna

 


UNA STORIA CHE INSEGNA: L'ASINO DI BURIDANO

Un asino affamato e assetato si trova di fronte ad un dilemma.
Alla sua sinistra, un mucchio di fieno dorato e invitante.
Alla sua destra, un secchio colmo di acqua fresca.
Il povero animale è esattamente a metà strada tra i due, incapace di decidere di cosa ha più bisogno.
Il suo stomaco brontola, la sua gola è secca.
Ma la sua mente è completamente bloccata.
Questa scena, apparentemente comica, nasconde una profonda riflessione che ha affascinato i pensatori per secoli.
La questione è nota come il "paradosso dell’asino di Buridano". E ci insegna come un' ECCESSIVA RAZIONALITÀ possa condurci all'inazione totale.
Ecco il punto cruciale: l'asino, nel tentativo di prendere la decisione "perfetta", finisce per non prenderne nessuna.
La sua logica impeccabile diventa la sua rovina.
Mentre dibatte internamente sui meriti del fieno rispetto a quelli dell'acqua, il tempo scorre inesorabilmente.
E il risultato è tanto tragico quanto assurdo: l'asino muore di fame e sete, circondato da tutto ciò di cui aveva bisogno per sopravvivere.
Adesso chiediti: quante volte ti sei trovato in una situazione simile?
Magari tra due lavori, due case o due relazioni.
L'indecisione, alimentata dalla paura di sbagliare, può paralizzarci e renderci inetti.
La morale della favola è la seguente: la vita non aspetta che prendiamo la decisione perfetta.
A volte, qualsiasi decisione è meglio di nessuna.
Non lasciare che la tua vita diventi una versione umana del dilemma dell'“asino di Buridano”.
Ricorda: mentre tu esiti, il fieno marcisce e l'acqua evapora.
Prendi sempre una decisione, fai un passo avanti, e se sbagli, almeno lo avrai fatto in movimento

Dott.ssa Stefania D'Alessandro