"io sono qui per continuare ad imparare"

Una frase, un ringraziamento, un pensiero, una poesia, una nota citazione, una preghiera, una testimonianza che trattano i temi fondamentali della vita (che chiamerò "riflessioni") possono, qualche volta, tracciare un solco positivo nel cuore e in alcuni casi diventare motivo di stimolo, speranza, conforto, sostegno. Se alle mie "riflessioni" aggiungerete le vostre, condivideremo anche con altri qualche prezioso suggerimento, come meditazione sulla realtà del vivere quotidiano.


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sabato 13 novembre 2010

Quei “Piccoli del Vangelo” che vivono con un handicap mentale

Propongo questa amara riflessione (1996) di Vinicio Albanesi responsabile comunità di Capodarco:



Li chiamano ragazzi, anche se hanno oltre quarant’anni: qualcuno cinquanta.
Sono persone con handicap mentale che hanno vissuto sempre in famiglia.
I genitori li hanno accuditi per una vita; li hanno portati a scuola, nei centri diurni, nei laboratori.
Ora che i loro genitori sono invecchiati o sono morti nessuno sa dove poterli collocare per una vita dignitosa.
E’ impensabile, purtroppo, che le giovani generazioni si prendano cura di uno zio, una zia o un cugino incapaci di gestirsi.
Sono rare le comunità che li accolgono.
Il rischio è che finiscano in ospizi di vecchi, dove tutto quello che era stato conquistato in autonomia e in dignità andrà rovinosamente perduto.
Si innervosiranno; gli psicofarmaci e la tristezza li faranno scomparire rapidamente.
E’ una delle emergenze silenziose e drammatiche che non hanno risposta.
Lo schema preposto alla loro accoglienza è costoso; occorre rispettare parametri, professionalità, accoglienza.
Da qui il tirarsi indietro delle istituzioni senza risorse.
Le vocazioni gratuite che si dedicano a loro sono scomparse; gli stessi ordini religiosi pure nati per “soccorrere il malato” non hanno energie.
Per questi ragazzi e ragazzone solo in parte autonomi non c’è nemmeno il ricordo della loro bella infanzia.
Da bimbi l’hanno vissuta con difficoltà; da adolescenti sono stati sopportati dagli altri compagni; la scuola, il quartiere, la città non li hanno guariti.
Nemmeno la dedizione dei genitori ha fatto il miracolo della salute.
Tutti gli interventi sono stati a limitare i danni; a rispettare il loro essere umani, a valorizzare gli spezzoni di “normalità” che esisteva in ciascuno di essi.
La loro condizione sembra che rispecchi quel grido che, lontano nel tempo, qualificava gente come loro “inutili al mondo”.
Oggi non hanno nemmeno la tenerezza dell’infanzia, sono goffi e non sono in grado di fare nulla; né guariranno.
Le loro condizioni di salute si aggraveranno con il trascorrere degli anni.
Le medicine faranno emergere quegli effetti collaterali che, cumulati nel tempo, si dimostreranno “veleno”.
Eppure nella loro storia e in quella dei loro genitori e parenti c’è un raggio di santità, caratteristico di tutte le creature umane.
Il loro fisico ha lasciato solo tracce e particelle di intelligenza e di affetti; ma della stessa natura di tutte le creature umane.
Un segno di Dio che è rimasto incompiuto, ma pur sempre di Dio.
Per questo motivo occorre non demordere.
Quando la Scrittura parla di “piccoli”, il pensiero va subito chi è piccolo di età.
Loro, i giovanottoni, sono rimasti piccoli per sempre.
Le apparenze ingannano i sentimenti; il cuore istintivamente non si intenerisce.
Eppure il finale del Vangelo di Matteo parla di “piccoli” proprio nel senso di persone sofferenti; affamati, assetati, forestieri, nudi, malati, in carcere.
L’evangelista fa dire al “Figlio dell’uomo”: “Ogni qual volta non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. Per un cristiano è sufficiente.

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